Janet Frame: Gridano i gufi

“Where the bee sucks, there suck I

In a cowslip’s bell I lie;

There I couch when owls do cry.

W. Shakespeare, The Tempest, Act V Scene I vv.88-90

Il titolo del romanzo di Janet Frame, Gridano i gufi (Neri Pozza, 2011) si ispira all’opera shakespeariana su citata. I versi sono pronunciati da Ariel, lo spiritello che, finalmente, può godere della sua libertà dopo essere stato prigioniero di un uomo cattivo. Egli non fugge, ma si ripara tra i fiori e osserva la sua nuova realtà, la vita che ricomincia dal nettare che le api succhiano dai fiori mentre lui trova rifugio accanto al nuovo che cresce mentre i gufi “gridano” sugli alberi.

Una metafora molto intensa non solo della storia narrata, ma anche della vita dell’autrice, Janet Frame, autrice neozelandese, vincitrice per ben due volte del Premio Nobel per la letteratura, ma, soprattutto, una donna che ha sofferto molto, che ha vissuto l’orrore degli ospedali psichiatrici e di ripetuti elettroshock prima di poter essere finalmente liberata e poter essere sé stessa nella pienezza della sua sensibilità.

“Gridano i gufi” è un romanzo di grande maestria letteraria in cui la prosa e la poesia sembrano essere due dimensioni parallele della stessa capacità introspettiva che l’autrice rivela nella narrazione della storia dei suoi personaggi e della sua stessa esperienza. Mai violenta, sebbene diretta; mai meschina nel giudizio verso i colpevoli, sebbene limpida e sincera nelle sue descrizioni; mai inopportuna sebbene tratti di argomenti complessi e dolorosi. La prosa e la poesia di Janet Frame, traspaiono sia negli alti che nei bassi, sia nei personaggi positivi che in quelli negativi, poiché, in effetti, l’autrice non narra una storia sola, ma la storia della vita e delle vite che si intrecciano e che, spesso, restano incomprese e incomprensibili.

Scrive l’autrice nelle parole di una delle sue protagoniste, Daphne, “E il cratere grigio di matti morti da tempo è vuoto abbastanza da potere essere riempito con molte verità insieme” (p. 203), e sembra proprio questa molteplicità di verità possibili che rappresentano il filo conduttore del romanzo e che sembrano tirare i fili della vita di ciascun personaggio appartenente alla stessa famiglia, i Withers. Ciascuno di essi sembra improbabile, eppure non solo è reale, ma della sua realtà fa una strategia per modificare la vita dell’altro tanto che, in alcuni momenti, si ha la precisa sensazione che la storia che ciascun personaggio sta narrando non sia più la stessa storia, mentre, in realtà, esiste una storia condizionata dai legami familiari e una storia personale di ciascuno che si distacca dalle influenze e cerca percorsi propri, molto spesso di disperazione.

Bob, il padre, il capofamiglia, ha un legame molto forte con la moglie sebbene si mostri come una persona austera, ma proprio per questo sorprenderà i figli quando lo vedranno piangere per il dolore; Amy, sua moglie, è una donna di fede, pacifica e dedicata alla famiglia, è, per così dire, il lievito e il balsamo della famiglia che riesce a tenere unita fino alla sua morte, dopo la quale, le strade e le differenze saranno rivelate. Francie, la figlia maggiore, ribelle e disincantata, avrà un destino opposto; Toby, affetto da convulsioni, sentirà il peso della sua malattia e nella consapevolezza del suo destino di solitudine, cercherà di compensare con il denaro; Teresa, detta Chicks (pulcino) perché è la più piccola e appare anche come la più fragile, rivelerà di essere l’esatto contrario fino alla rinuncia completa della sua delicatezza; infine, Daphne, che, in conseguenza del vuoto lasciato dalla sorella maggiore, sarà ricoverata in una clinica psichiatrica e ritenuta schizofrenica, ma sarà anche quella che resterà più fedele alla verità della madre e che meglio rappresenterà la possibilità di un riscatto sociale. Non vi è dubbio che il personaggio di Daphne, presenti evidenti risvolti autobiografici ed è grazie a lei che l’autrice può narrare il suo vissuto, lo strazio delle cliniche psichiatriche e la solitudine fino alla violenza dell’elettroshock.

Gridano i gufi (Neri Pozza, 2011) è un romanzo complesso perché profondo, ogni parola ha un suo significato specifico e un suo peso, ma è anche una parola che ci ritrae, che ritrae ciascuno nelle proprie insicurezze e luoghi comuni, nella ricerca di una verità possibile che solo la bellezza e la poesia può liberare.

The title of Janet Frame’s novel, Gridano i gufi (Neri Pozza, 2011) is inspired by the aforementioned Shakespearean work. The verses are spoken by Ariel, the spirit who, finally, can enjoy his freedom after being a prisoner of a bad man. He does not flee, but takes shelter among the flowers and observes his new reality, the life that begins anew from the nectar that the bees suck from the flowers as he finds refuge next to the new one that grows while the owls “cry” in the trees.
A very intense metaphor not only of the story told, but also of the life of the author, Janet Frame, New Zealand author, twice winner of the Nobel Prize for literature, but, above all, a woman who has suffered a lot, who has lived the horror of psychiatric hospitals and repeated electric shocks before she can finally be released and be herself in the fullness of her sensitivity.
“Gridano i gufi” is a novel of great literary mastery in which prose and poetry seem to be two parallel dimensions of the same introspective capacity that the author reveals in the narration of the story of her characters and of her own experience. Never violent, although direct; never petty in the judgment towards the guilty, although clear and sincere in her descriptions; never inappropriate even though it deals with complex and painful topics. The prose and poetry of Janet Frame, transpire both in the ups and downs, both in the positive and in the negative characters, because, in fact, the author does not tell a single story, but the story of life and of the lives that are intertwined and often remain misunderstood and incomprehensible.
The author writes in the words of one of her protagonists, Daphne, “And the gray crater of long-dead madmen is empty enough to be filled with many truths at once” (p. 203), and it looks like this multiplicity of possible truths which represent the common thread of the novel and which seem to pull the threads in the life of each character belonging to the same family, the Withers. Each of them seems unlikely, yet not only is it real, but it makes a strategy of its reality to modify the life of the other, so much so that, in some moments, one has the precise feeling that the story that each character is telling is no longer the same story, while, in reality, there is a story conditioned by family ties and a personal story of each one who detaches himself from influences and seeks his own paths, very often of despair.
Bob, the father, the head of the family, has a very strong bond with his wife although he shows himself to be an austere person, but for this very reason he will surprise his children when they see him cry in pain; Amy, her wife, is a woman of faith, peaceful and dedicated to the family, she is, so to speak, the leaven and the balm of the family that manages to keep together until her death, after which, the streets and the differences will be revealed. Francie, the eldest daughter, rebellious and disenchanted, will have an opposite fate; Toby, suffering from convulsions, will feel the weight of his illness and in the awareness of his destiny of loneliness, he will try to compensate with money; Teresa, called Chicks (chick) because she is the smallest and she also appears as the most fragile, she will reveal to be the exact opposite until she completely renounces her delicacy; finally, Daphne, who, as a consequence of the void left by her older sister, will be hospitalized in a psychiatric clinic and considered schizophrenic, but she will also be the one who will remain most faithful to the truth of her mother and who will best represent the possibility of social redemption. There is no doubt that the character of Daphne has evident autobiographical implications and it is thanks to her that the author can narrate her experience, the torment of psychiatric clinics and loneliness up to the violence of the electric shock.
Gridano i gufi (Neri Pozza, 2011) is a complex novel because it is profound, each word has its own specific meaning and weight, but it is also a word that portrays us, which portrays each one in his own insecurities and clichés, in the search for a possible truth that only beauty and poetry can release.

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