Join your Frailty

I believe that the condition of recognition and reunion with our own fragility is one of the most tenderly human aspects that we can learn to allow ourselves. In reality, that “we should” and “we must” learn to allow ourselves.
Always stuck in our appearances, in the need to show ourselves strong and superior, we deny the truest and most human part of ourselves: fragility. It remains, however, indeed it turns into weakness and transience every time we try to hide it, making us miserable even in our own eyes.
Let us ask ourselves, then, what will remain of us when our shield falls to the ground, the mask is lost in the tangled forest of our discontent, and the armor melts in the blazing fire of our loneliness?
Embellished in powerful muscles and useless superstructures, we forget the sense of our courage and the route towards our destination of freedom which cannot be such without the other being equally free.
What will happen when, finally, we find ourselves naked in front of ourselves and we will no longer know how to recognize ourselves while others will have already abandoned us because they are intent on seeking other apparent power as long as it is visible outside of every sense and of every humanity?
Then, naked and alone, we will think we have been disinherited; but when, I mean when, have we really cultivated our inheritance for each other? When have we been fully ourselves so that others were not afraid of their own nudity so much as to force them to wear our own masks to make each other unrecognizable?
In a world of appearance and fiction, in reality, only fragility restores to each one’s innocence and the innate and sincere strength of human resistance.

Credo che la condizione di riconoscimento e ricongiungimento con la propria fragilità sia uno degli aspetti più teneramente umani che possiamo imparare a consentirci. In realtà, che “dovremmo” e “dobbiamo” imparare a consentirci.
Sempre ingessati nelle nostre apparenze, nella necessità di mostrarci forti e superiori, rinneghiamo la parte più vera e umana di noi stessi: la fragilità. Essa resta, comunque, anzi si trasforma in debolezza e caducità ogni volta di più che proviamo a nasconderla rendendoci miseri persino ai nostri stessi occhi.
Chiediamoci, allora, che cosa resterà di noi quando lo scudo si abbatterrà al suolo, la maschera si perderà nella foresta aggrovigliata del nostro scontento e l’armatura si scioglierà nel fuoco ardente della nostra solitudine?
Imbellettati nei muscoli potenti e nelle sovrastrutture inutili dimentichiamo il senso del nostro coraggio e la rotta verso la nostra destinazione di libertà che non può essere tale senza che anche l’altro sia altrettanto libero.
Che cosa accadrà quando, infine, ci ritroveremo nudi dinanzi a noi stessi e non sapremo più riconoscerci mentre gli altri ci avranno già abbandonato perché intenti a cercare altro potere apparente purché visibile al di fuori di ogni senso e di ogni umanità?
Allora, spogli e soli, penseremo di essere stati diseredati; ma quando, dico quando, abbiamo davvero coltivato la nostra eredità per l’altro? Quando siamo stati pienamente noi stessi affinchè gli altri non avessero paura della propria nudità tanto da costringerli a indossare le nostre stesse maschere per rendere gli uni irroconoscibili dagli altri?
In un mondo di apparenza e finzione, in realtà, solo la fragilità restituisce a ciascuno la propria innocenza e la forza innata e sincera dell’umana resistenza.

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