We Perceive No Time

picture by Andrea Morra

I thought about the time. The chronological time that flows at its own pace and the inner one that flows without following its pace. Still, there is more.
Our time, in its dualism of objectivity and subjectivity, appears to me to be overcome and burned by the present moment that we have made eternal, first and last, perhaps to exorcise death or, also, in the illusion of having conquered eternity. But is it really so? Or, in the presumption of eternity, we have obviated time by assuming that we can legislate on its flow by having it immobilized in the moment that it expands until it opens up and leaves too many gaps and tears that we pretend not to see, but which, in any case, mark us.
Abysses that mark our faces and bodies, even if plastic and swollen like the wheels of a bicycle that will remain ramshackle and ancient (for this reason perhaps more beautiful, but we do not realize it), even in the illusion of a possible metamorphosis or in the extreme and continuous reincarnation of ourselves in that exact moment of our supposed eternity.
The weather. The one that travels and drags us and the one that walks with us and from us demands a meaning to its flow.
The weather. The one whose existence we do not perceive, or rather, we do not want to perceive, as we could remain suspended forever in the repetitive circuit whose imprisonment we do not perceive, as long as it deludes ourselves that we are alive.
The weather. The eternal excluded, yet the only ever present. What we deny, what we cannot talk about, but which, ultimately, is always the winner, it is up to us to recognize its value and not be afraid of its victory, it is up to us to decide to live and not to deny life, it is up to us to choose to be and not to exist or just pretend to.

Pensavo al tempo. Il tempo cronologico che scorre al suo ritmo e quello interiore che scorre senza seguirne il passo. Eppure, c’è di più.
Il nostro tempo, nel suo dualismo di oggettività e soggettività, mi appare superato e bruciato dall’attimo presente che abbiamo reso eterno, primo e ultimo, forse per esorcizzare la morte o, anche, nell’illusione di aver conquistato l’eternità. Ma è davvero così? Oppure, nella presunzione di eternità, abbiamo ovviato al tempo presupponendo di poter legiferare sul suo scorrere avendolo immobilizzato nell’attimo che si dilata fino a sgranarsi e lasciare i troppi vuoti e le lacerazioni che fingiamo di non vedere, ma che, in ogni caso, ci segnano.
Abissi che segnano i nostri volti e i corpi, anche se di plastica e rigonfiati come le ruote di una bicicletta che comunque resterà sgangherata e antica (per questo forse più bella, ma non ce ne accorgiamo), anche nell’illusione di una metamorfosi possibile o nell’estrema e continua reincarnazione in sé stessi in quell’attimo esatto della propria supposta eternità.
Il tempo. Quello che viaggia e ci trascina e quello che cammina con noi e da noi pretende un significato al suo scorrere.
Il tempo. Quello di cui non percepiamo, o meglio, non vogliamo percepire l’esistenza, come se potessimo restare sospesi per sempre nel circuito ripetitivo la cui prigionia non percepiamo, purché ci si illuda di essere vivi.
Il tempo. L’eterno escluso, eppure l’unico sempre presente. Quello che neghiamo, quello di cui non si può parlare, ma che, infine, è vincitore sempre. Il tempo, sta a noi riconoscerne il valore e non aver paura della sua vittoria, sta a noi decidere di vivere e non di negare la vita, sta a noi scegliere di essere e non di esistere o fingere soltanto.

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