Edgar Morin: Cambiamo strada. Le 15 lezioni del Coronavirus

Nel suo libro “Cambiamo strada. Le 15 lezioni del coronavirus” (RaffaelloCortina, 2020), Edgar Morin offre una sintesi del suo pensiero neoumanista che si confronta con una realtà complessa e incompleta come quella della pandemia. In realtà, è proprio questa complessità e la difficoltà nel prevenirne la fine che invita a riflessioni sull’essere umano che spingono verso una visione non solo universale, ma planetaria della relazione tra esseri umani e tra esseri umani e natura.
Difatti, la nostra post-modernità che esaurisce la vita distruggendola, non consente di avere uno sguardo iperspecializzato e settoriale della realtà, ma invoca uno sguardo nuovo che nella complessità come nella molteplicità delle diverse espressioni dell’essere sia in grado di liberarsi e liberare l’umanità dagli egoismi e dall’effimero.
L’uomo, oggi, non può più pensare a se stesso come individuo e, ancora di più, non pensare alla propria realtà come esclusiva ed escludente sia degli altri esseri umani sia della natura stessa verso la quale l’umanità ha la grave responsabilità di un vuoto di cura.
L’autore, con la sua riflessione profonda ma diretta, invita a trarre la lezione migliore dalla pandemia che è la stessa che avremmo dovuto trarre dalla e dalle guerre: una lezione di resistenza che consenta di rispondere con coerenza alle molteplici sfide della complessità del nostro mondo nel nostro tempo, prima fra tutte la sfida dell’ecologia verso la quale ci si muove ancora con poca responsabile consapevolezza.
La crisi provocata dalla pandemia ha rivelato una “mega crisi” generalizzata e plurivalente: la crisi della Modernità; per questo è un imperativo “cambiare strada” e farlo ponendo ciascuno a se stesso una domanda essenziale ed esistenziale “Come vivi?”. Si tratta di una domanda divenuta cruciale durante il confinamento per il coronavirus, ma è una domanda cui una risposta approssimativa e superficiale non può bastare.
Ci troviamo, di fatto, come dice l’autore, ad avere coscienza del paradosso che “la crescita della nostra potenza” e quella “della nostra debolezza vanno di pari passo”, costringendoci a un’avventura incerta di cui non siamo in grado di tracciare una rotta né una destinazione coerenti. Viviamo, cioè, una vita “estrovertita” (rivolta verso l’esterno) scoprendo una profonda difficoltà a scoprire il valore di una vita che ci riconduca dentro di noi, dentro i nostri legami, dentro parametri che non siano “spendibili” in termini economici.
Se, da una parte, la presente crisi può portare alla ribellione, dall’altra essa può indurci al ritorno a una stabilità interiore che potrebbe rivelarsi persino provvidenziale nel suo rimettere i valori etici dell’essere umano al primo posto, al di sopra di quelli economici e degli interessi personali.
La crisi attuale, che, se da una parte ha dato grande importanza alla scienza, dall’altra dovrebbe indurre la scienza a ricordare che la competizione (per i vaccini, per esempio) che può essere stimolante alla ricerca e alla conoscenza, non deve trasformarsi in concorrenza quanto piuttosto crescere nei parametri e nella misura della cooperazione e collaborazione per il bene di tutti.
La crisi attuale ci ha posto di fronte al crollo e al fallimento del potere iperburocraticizzato e privo di pensiero politico, come anche ha reso evidente una crisi violenta della globalizzazione intesa in senso economico e discriminante (dove la discriminante è la ricchezza o meno di una nazione e di un popolo).
Interrogarsi su quanto accadrà dopo la pandemia è essenziale, cambiare strada diventa vitale, ma si può fare solo sviluppando una politica dell’umanità (una e diversa) che tenga conto dell’unicità e singolarità di ciascuno, ma la inserisca in un progetto di umanesimo armonico e condiviso. In politica, per esempio, serve una “democrazia partecipativa” che produca la coscienza di appartenere tutti alla stessa comunità umana.
Si tratta, quindi, di dare origine a un “umanesimo rigenerato” che sposino la solidarietà e la responsabilità come forme di convivenza nelle quali l’Io e il Noi maturino insieme e senza prevaricazione. Si tratta di una “rigenerazione permanente” che si appelli a principi di speranza per l’intera umanità e per la natura.

In his book “Cambiamo strada. Le 15 lezioni del coronavirus” (RaffaelloCortina, 2020), Edgar Morin offers a synthesis of his neo-humanist thought that deals with a complex and incomplete reality such as that of the pandemic. In reality, it is precisely this complexity and the difficulty in preventing the end of this pandemic that invites reflections on the human being that push towards a vision that is not only universal, but planetary, of the relationship between human beings and between human beings and nature.
In fact, our post-modernity, which exhausts life by destroying it, does not allow us to have a hyperspecialized and sectorial look at reality, but invokes a new look that in the complexity as in the multiplicity of the different expressions of being is able to free itself and free humanity from selfishness and the ephemeral.
Man, today, can no longer think of himself as an individual and, even more, not think of his own reality as exclusive and excluding both of other human beings and of nature itself towards which humanity has the grave responsibility of a vacuum of care.
The author, with his profound but direct reflection, invites us to draw the best lesson from the pandemic which is the same that we should have learned from wars: a lesson in resistance that allows us to respond coherently to the multiple challenges of the complexity of our world in our time, first of all the challenge of ecology towards which we are still moving with little responsible awareness.
The crisis caused by the pandemic has revealed a generalized and plurivalent “megacrisis”: the crisis of Modernity, for this reason it is imperative to “change direction” and do so by asking each to himself an essential and existential question “How do you live?”. This is a question that became crucial during coronavirus confinement, but it is a question that an approximate and superficial answer cannot suffice.
In fact, as the author says, we find ourselves aware of the paradox that “the growth of our power” and that of “our weakness go hand in hand”, forcing ourselves into an uncertain adventure of which we are unable to plot a consistent route or destination. We live, that is, an “extroverted” life (facing outwards) discovering a profound difficulty in discovering the value of a life that leads us back into ourselves, into our bonds, into parameters that are not “expendable” in economic terms .
If, on the one hand, the present crisis can lead to rebellion, on the other it can lead us to return to an inner stability that could even prove providential in its putting the ethical values ​​of the human being in the first place, above those economic and personal interests.
The current crisis, which, if on the one hand has given great importance to science, on the other hand should lead science to remember that competition (for vaccines, for example), which can be stimulating for research and knowledge, must not be transformed in competition rather than growing in the parameters and extent of cooperation and collaboration for the good of all.
The current crisis has confronted us with the collapse and failure of hyper-bureaucratic power devoid of political thought, as it has also made evident a violent crisis of globalization understood in an economic and discriminating sense (where the discriminating factor is the wealth or not of a nation and a people).
Questioning what will happen after the pandemic is essential, changing direction becomes vital, but it can only be done by developing a politics of humanity (one and different) that takes into account the uniqueness and singularity of each one, but inserts it into a project of humanism harmonious and shared. In politics, for example, we need a “participatory democracy” that produces the awareness that everyone belongs to the same human community.
It is therefore a question of giving rise to a “regenerated humanism” which marries solidarity and responsibility as forms of coexistence in which the I and the We mature together and without prevarication. It is a “permanent regeneration” that appeals to principles of hope for the whole of humanity and for nature.

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