Let’s Speak About the Truth

Well, I think it is important to talk about my cancer, not because it is mine, but because it is a stranger who enters the lives of many people leaving them discouraged and living its boundless presence in an isolated and solitary way.
Why shouldn’t we talk about it?
Perhaps because it bothers the listener because, like most painful things, no one wants to hear about it since they are things that require commitment and responsibility.
Precisely this “almost obligation” to remain silent, with the justification of modesty, gives me one more reason to talk about it since cancer is not a personal shame, but a serious disease that affects an ever-increasing number of people despite the fact that research is making progress and still have to do so many.
I am not ashamed of my cancer or, as I call it, of my “little monster”, and if my words and my reflections can be useful to bring down the wall of silence to give voice to those who suffer, well, this is a more than important way to use and spend them.
Cancer is a disease that upsets the body and spirit, physique and emotion, the desire for hope and tiredness from the excess of pain and the torment of chemotherapy treatments.
Cancer is a pathway whose duration is only approximately calculable, but whose consequences are known and foreseeable.
Cancer is a disease that empties you from within, which, if you indulge in pessimism and torment, kills you before you die.
Cancer is a disease that runs through your veins, but also those of those who love you and that risks going out with you.
For this we must react, we must speak of cancer, so that until their last breath, every patient continues to be the voice of his destiny.
Being a voice of one’s own destiny is a wish and a hope.
But who said that being sick with a serious illness must necessarily correspond to negative moods?
Who said a sick person should only want to express her anger and despair?
There is a way of dealing with the disease that makes it more human and that restores greater serenity and stability to the person who carries it within himself.
Of course, there are moments of impatience, anxiety, and even fear, but these are not everything and must not be everything by imposing on the person a way of being that is not one’s own.
I am not a disease, I have a disease and, although it may happen that I have to adapt my rhythm to it, my positive thinking towards life and people does not change.
The only request is that of truth. The fictions are immediately understood and having always been somewhat allergic to them, I certainly will not stop being so now.
I am not a monster, my illness does not make me such, on the contrary, it gives me clarity and discernment, I feel like someone who experiences and practices the courage of his own freedom in other ways.
The disease is not all-encompassing, however hard it may be and limiting from many points of view.
Have I ever allowed my spirit to be blocked by the superstructures that accompany each life and everyone’s life?
No, I never allowed it and I want to continue being the free spirit who guided my steps and built my destination.
There are and there will be ups and downs, but aren’t there, perhaps, in everyone’s life? Why should illness oblige the liberties of a bolt to be silenced?
We learn to say of the disease that it has the advantage of putting one’s own finitude in a more conscious way, but this does not mean being an alien without a homeland or breath.
It is the look we offer at the disease that actually makes it “terminal”.
Accepting the disease as a new complicated part of oneself helps not only to better live the discomfort that still exists, but to give new knowledge and new horizons to the spirit of one’s freedom that yearns for ever more distant distances.
It takes an act of courage on the part of those who experience the disease directly, but also on the part of those who observe it in the other. It is an act of courage that invites us to love the person’s life and not her death, thus avoiding depriving her of the space of her time and the freedom of her smile.

Ecco, credo sia importante parlare del mio cancro, non perché è il mio, ma perché è un estraneo che entra nella vita di moltissime persone lasciandole scoraggiate e a viverne in maniera isolata e solitaria la sconfinata presenza.
Perché non bisognerebbe parlarne?
Forse perché dà fastidio a chi ascolta perché, come la maggior parte delle cose dolorose, nessuno vuol sentirne parlare poiché sono cose che richiedono impegno e responsabilità.
Proprio questo “quasi obbligo” a tacere, con la giustificazione del pudore, mi dà un motivo in più per parlarne poiché il cancro non è una vergogna personale, ma una malattia seria che colpisce un numero sempre crescente di persone nonostante la ricerca stia facendo progressi e debba farne ancora tanti.
Non ho vergogna del mio cancro o, come lo chiamo io, del mio “mostriciattolo”, e se le mie parole e le mie riflessioni possono essere utili a far crollare il muro del silenzio per dare voce a chi soffre, ebbene, questo è un modo più che importante per impiegarle e spenderle.
Il cancro è una malattia che mette in subbuglio il corpo e lo spirito, il fisico e l’emotività, il desiderio di speranza e la stanchezza per l’eccesso di dolori e il tormento delle cure chemioterapiche.
Quella del cancro è una via la cui durata è solo approssimativamente calcolabile, ma le cui conseguenze sono note e prevedibili.
Il cancro è una malattia che ti svuota dall’interno, che, se ti lasci andare al pessimismo e al tormento, ti uccide prima che tu muoia.
Il cancro è una malattia che percorre le tue vene, ma anche quelle di chi ti ama e che rischia di spegnersi insieme a te.
Per questo bisogna reagire, di cancro bisogna parlare, affinché fino al suo ultimo respiro, ogni ammalato continui a essere voce del suo destino.
Essere voce del proprio destino è un augurio e una speranza.
Ma chi ha detto che essere malati di una grave malattia debba per forza corrispondere a stati d’animo negativi?
Chi ha detto che un malato debba voler esprimere solo la sua rabbia e lo sconforto?
C’è un modo di affrontare la malattia che la rende più umana e che restituisce alla persona che la porta dentro di sé una maggiore serenità e stabilità.
Certo, esistono i momenti di impazienza, ansia, e anche timore, ma questi non sono tutto e non devono essere tutto imponendo alla persona un modo di essere che non è il proprio.
Io non sono una malattia, io ho una malattia e, anche se può capitare di dover adeguare a essa il mio ritmo, il mio pensiero positivo verso la vita e le persone non cambia.
L’unica richiesta è quella di verità. Le finzioni si intuiscono subito ed essendo stata da sempre alquanto allergica a esse, di certo non smetterò di esserlo ora.
Io non sono un mostro, la mia malattia non mi rende tale, anzi, mi dona lucidità e discernimento, mi sento come una che sperimenti e pratichi in altri modi il coraggio della propria libertà.
La malattia non è totalizzante, per quanto dura possa essere e limitante da tanti punti di vista.
Ho mai consentito, forse, che il mio spirito venisse bloccato dalle sovrastrutture che accompagnano ciascuna vita e la vita di ognuno?
No, non l’ho mai permesso e voglio continuare a essere lo spirito libero che ha guidato i miei passi e costruito la mia destinazione.
Ci sono e ci saranno alti e bassi, ma non ve ne sono, forse, nella vita di tutti? Perché la malattia dovrebbe obbligare a tacere le libertà di uno spitrito?
Impariamo a dire della malattia che essa ha il vantaggio di mettere dinanzi alla propria finitezza in maniera più consapevole, ma questo non significa essere un alieno senza patria né respiro.
È lo sguardo che offriamo alla malattia quello che la rende effettivamente “terminale”.
Accettare la malattia come una nuova parte complicata di sé aiuta non solo a vivere meglio il disagio che pure esiste, ma a dare nuove conoscenze e nuovi orizzonti allo spiriito della propria libertà che anela a distanze sempre più lontane.
Ci vuole un atto di coraggio da parte di chi la malattia la vive direttamente, ma anche da parte di chi la osserva nell’altro. È un atto di coraggio che invita ad amare della persona la sua vita e non la sua morte evitando, così, di privarla dello spazio del suo tempo e della libertà del suo sorriso.

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