It’s Time to Rest

What is the direction of my wandering?
Mine is a time in which stopping appears to be the only option, but what is the space in which life stops and stops without ceasing to be life?
Yes, because even in stasis a space is occupied and that too must be given credit and given meaning. I’ve never been afraid of not getting anywhere (physically and metaphorically), but I’ve been afraid of not being able to give meaning to that space and time entrusted to me.
What have I done with it and what am I doing with my life?
It doesn’t matter “where”, since “everywhere” is the time and place to be myself and to be a gift of my fragility if I am consistent with my choice and the direction of always.
And yet, am I succeeding? I feel like I’ve lost all sense of it. In the end, despite all efforts, cancer makes a person “sick” in the eyes of others and it all boils down to that.
All benevolent attentions, if limited only to the sphere of pain and care, initiate a process of estrangement to the point of alienation from oneself. Loving kindness, so beneficial for those who suffer, becomes a prison if it is closed only to the disease and its effects.
Yet, I’ve said it over and over and still do, “I’m not cancer, I have cancer.” Cancer is a part of me, it’s part of my awareness now, like I know I have eyes, hands, heart and everything else, but I’m not cancer just like I’m not just eyes or hands or heart or everything. Cancer is not all that they are.
Saying “I am Cancer” strikes me as very threatening to others and self-demeaning. Menacing because he seems to want to tell people “you have to deal with me that I am cancer”, belittling towards himself because each person is so much more than his hands, his eyes, his heart and everything else, including cancer.
I don’t want the attention people give me to be due to the presence of cancer in my body. I don’t want every word, opinion, attitude, way of being to be that because it has to deal with my cancer.
I am much more. They are a story, an experience, a voice, they are emotions, ideas, thoughts that existed even before cancer. Sure, I’m also sick with cancer, but cancer isn’t what’s going to be left of me, that’s not what I want.

Qual è la direzione del mio vagabondare?
È un tempo, il mio, in cui fermarsi appare come l’unica opzione, ma qual è lo spazio in cui la vita si ferma e sosta senza smettere di essere vita?
Sì, perché anche nella stasi si occupa uno spazio e anche a quello bisogna rendere merito e dare significato. Non ho mai avuto paura di non arrivare da qualche parte (fisicamente e metaforicamente), ma ho avuto paura di non riuscire a dare significato a quello spazio e a quel tempo affidatomi.
Che ne ho fatto e che ne faccio della mia vita?
Non importa “dove”, poiché “ovunque” è il tempo e il luogo per essere me stessa ed essere dono anche della mia fragilità se sono coerente con la mia scelta e la direzione di sempre.
Eppure, ci sto riuscendo? Sento di aver perso il senso di tutto ciò. Alla fine, nonostante tutti gli sforzi, il cancro rende la persona “ammalata” nello sguardo degli altri e ogni cosa va riportata a questo.
Tutte le benevole attenzioni, se limitate solo alla sfera del dolore e della cura, avviano un processo di estraniazione fino all’alienazione da sé. L’amorevolezza, tanto benefica per chi soffre, diventa una prigione se si chiude solo sulla malattia e i suoi effetti.
Eppure, l’ho detto e ripetuto e lo faccio ancora, “io non sono il cancro, io ho il cancro”. Il cancro è una parte di me, ormai è parte della mia consapevolezza, come so di avere occhi, mani, cuore e tutto il resto, ma io non sono il cancro così come non sono solo occhi o mani o cuore o tutto il resto. Il cancro non è tutto ciò che sono.
Dire “io sono il cancro” mi appare molto minaccioso verso gli altri e sminuente verso se stessi. Minaccioso perché sembra voler dire alle persone “siete obbligate a fare i conti con me che sono il cancro”, sminuente verso di sé perché ciascuna persona è molto di più delle sue mani, dei suoi occhi, del suo cuore e di tutto il resto, incluso il cancro.
Io non voglio che l’attenzione che le persone mi rivolgono sia dovuta alla presenza del cancro nel mio corpo. Non voglio che ogni parola, opinione, atteggiamento, modo di essere sia tale perché deve confrontarsi con il mio cancro.
Io sono molto di più. Sono una storia, un’esperienza, una voce, sono emozioni, idee, pensiero che esistevano anche prima del cancro. Certo, sono anche ammalata di cancro, ma non è il cancro ciò che resterà di me, non è questo quello che voglio.


2 pensieri su “It’s Time to Rest

  1. I couldn’t agree more
    This is such a thought-provoking post. I really appreciate your perspective on not wanting to be defined by your cancer and being much more than that. My question for you is, how do you find the strength and courage to keep moving forward and living your life to the fullest despite the challenges you face?

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    1. I have no perfect explanation. I just think that life and death are non inseparable and that everything has the voice you decide to give it. I have spent my life to give a meaning to what I think essential, such as gentleness, honesty, credibility and authenticity. I simply refuse to give up my human research just because suffering is sometimes stronger than me. I just try to be coherent and though it is not always easy, I don’t find any reason to stop to look forward.

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