A Drop in the Ocean

Slowly I rediscover every morning the density of the essence of every moment.
I wonder about the reason for my recent silence and I know that, abandoning writing, I somehow hoped that everything about me would melt away and flow along rivers that lead to the eternal sea.
It happened in part, but I didn’t think that, in flowing towards infinity, I would still find resources to give energy and courage to my word, an old but new word.
The physical and existential tiredness that assails me is not yet satisfied with my pain, this is a fact, but I discover with surprise that my vigor is still necessary and that resistance is not yet an optional for my spirit as much as an essential imperative.
Essential not because I’m insurmountable, but because the goal of all this resistance, courage, patience to face every worry and every pain without becoming prey to anguish, has never been and can never be directed only towards myself .
Understanding my pain, enduring it and bearing it with dignity, undergoing its many and infinite sufferings means for me understanding the pain of the other and sharing the profound solitude in which cancer patients often find themselves.
It is to these voices that are not my only voice that I must not stop giving space. We need to be listened to, not silenced and pitied, we need everyone’s attention, not for ourselves, but so that the attention of the individual and of the state, of every individual and of each State, to favor that research whose results will probably not have a beneficial outcome for us sick people now, but they will have one for all those sick people of tomorrow who don’t have to suffer what we are suffering.
This is why I’m working on a book (information will follow) whose proceeds from my rights will be donated to cancer research (AIRC), by purchasing it everyone can be part of it.
A drop in an ocean, of course, but one more drop thanks to the instrument that belongs to me and which is the little or nothing that I am and that I have, the word.

Lentamente riscopro ogni mattino la densità dell’essenza di ogni attimo.
Mi interrogo sul perché del mio recente silenzio e so che, abbandonando la scrittura, in qualche modo ho sperato che tutto di me si liquefacesse e scorresse lungo fiumi che portano al mare eterno.
In parte è accaduto, ma non credevo che, nello scorrere verso l’infinito, avrei ancora trovato risorse per dare energia e coraggio alla mia parola, una parola antica ma nuova.
La stanchezza fisica ed esistenziale che mi assale non è ancora sazia del mio dolore, questo è un fatto, ma scopro con sorpresa che il mio vigore è ancora necessario e che la resistenza non è ancora un optional per il mio spirito quanto un imperativo imprescindibile.
Imprescindibile non perché io sia insormontabile, ma perché l’obiettivo di tutta questa resistenza, del coraggio, della pazienza di affrontare ogni assillo e ogni pena senza diventare preda dell’angoscia, non è mai stato e non potrà mai essere diretto solo verso me stessa.
Comprendere il mio dolore, sopportarlo e portarlo con dignità, subirne le molteplici e infinite sofferenze equivale per me a comprendere il dolore dell’altro e condividerne la solitudine profonda in cui spesso il malato di cancro si ritrova.
È a queste voci che non sono la mia sola voce che non devo smettere di dare spazio. Abbiamo bisogno di essere ascoltati, non silenziati e commiserati, abbiamo bisogno dell’attenzione di tutti non per noi stessi, ma perché su ogni malattia come il cancro, così dolorosa e devastante, si desti l’attenzione del singolo e dello Stato, di ogni singolo e di ogni Stato, per favorire quella ricerca i cui risultati, probabilmente non avranno esito benefico per noi malati di ora, ma ne avranno per tutti quei malati di domani che non devono soffrire quello che stiamo patendo noi.
Per questo sto lavorando a un libro (seguiranno informazioni) i cui proventi dai miei diritti saranno devoluti in favore della ricerca sul cancro (AIRC), acquistandolo tutti potranno esserne parte.
Una goccia in un oceano, certo, ma una goccia in più grazie allo strumento che mi appartiene e che è il poco o nulla che sono e che ho, la parola.