I Am

To suspend.
From the Latin “suspendere” (composed of “sub”, below, and “pendere”, to hang), there is no simpler word to express the state of mind of someone who remains attached to something which, however, does not allow him to put his feet on the ground.
Suspending the chemotherapy medicine due to the onset of kidney damage is certainly not the easiest thing to accept. The medicine hangs there, but your life hangs with it.
Stopping that medicine for the second time and for different effects on your body, seems to indicate that your body just can’t recognize it as part of itself. That suspension which, from some points of view, decreases the negative reactions of your injured body, from others suggests that cancer can become stronger again.
It is difficult to balance when your own life is really suspended. There is no lesser evil in these cases, each choice negatively affects the path you must follow.
I begin to feel increasingly the weight of a medicalization that I refuse. More and more I feel at the mercy of an ephemeral without guarantees (how could the ephemeral give any?) in which my body is taken into account but never my spirit.
To suspend, who is the object of suspending and who is its subject? The medicine is the object, the doctors the subject… and I?
Where am I in this transitive and active formula which, however, sees me as the one who suffers the action, every action, in any case?
Yes, I find more and more that there is also a grammar of disease; unfortunately, however, the real subject is always in the third person or just implied.

Sospendere.
Dal latino “suspendere” (composto da “sub”, sotto, e “pendere”, tenere appeso), non c’è parola più semplice per esprimere lo stato d’animo di chi resta attaccato a qualcosa che, però, non gli consente di mettere i piedi a terra.
Sospendere il farmaco chemioterapico per l’insorgenza di danni ai reni non è certo la cosa più facile da accettare. Il farmaco resta lì, appeso, ma con lui resta appesa la tua vita.
Sospendere quel farmaco per la seconda volta e per conseguenze diverse sul tuo corpo, sembra indicare che il tuo corpo non riesce proprio a riconoscerlo come parte di sé. Quella sospensione che, da certi punti di vista, diminuisce le reazioni negative del tuo corpo leso, da altri suggerisce al cancro di poter tornare a essere più forte.
Difficile è l’equilibrio quando a restare realmente sospesa è la propria vita. Non c’è un male minore in questi casi, ogni scelta condiziona negativamente il percorso che devi seguire.
Comincio a sentire sempre più forte il peso di una medicalizzazione che rifiuto. Sempre di più mi sento in balia di un effimero senza garanzie (come potrebbe l’effimero darne?) in cui si tiene conto del mio corpo ma mai del mio spirito.
Sospendere, chi è l’oggetto del sospendere e chi il suo soggetto? Il farmaco è l’oggetto, i medici il soggetto…e io?
Dove sono io in questa formula transitiva e attiva che, però, mi vede nella parte di chi subisce l’azione, ogni azione, in ogni caso?
Sì, scopro sempre di più che esiste anche una grammatica della malattia; purtroppo, però, il soggetto reale è sempre in terza persona o sottinteso.