Sea Storm

In the silence of the night, writing fills every void and in the abyss of oblivion it recalls voices and faces that find their shape again.
Writing accompanies me not only as an elegant red sail that furrows a sea that glitters with stars, but as a current that overwhelms and upsets the course of my boat in the stormy sea and, although only thanks to the ups and downs of the tumultuous waves, it allows me to rely on that distant light of a lighthouse which, like me, resists to bad weather.
Many times this year, I told myself that the time had come to stop writing, to leave all the reflections, the voices heard in the depths of my never deaf heart, lying in the secret of my mind. Many times I have asked myself to silence the word that glides delicately over the sheets of paper or, more impetuous, follows the bounce of the keys on the computer keyboard. Many times I have found myself chilled by the silence of the time that dares to consider only business and not human beings as “real”, and shocked by the uselessness of a word that loses its value in the insipid confusion of narcissuses on duty.
Many times I have tried to let it go, to humbly recognize the uselessness of a word that is not listened to and to accept without imitating it the need for flatness that puts most people at ease in the insignificance of time that they let pass without living.
Many times I have said “that’s enough” to the presumption of being able to leave a mark, a footprint that would follow the path of competence but do so with the tenderness of innocence.
So many times, and even now, I can’t do it.
Because this is the little or nothing that I am and that I have; because one cannot give in to the standardization of thought which extinguishes any tumult and creative ferment; because one cannot abandon his place or the search for meaning to instead devote himself to the insane “virtue” of indifference and of the ego that sees and foresees and infinitely multiplies only itself; because one cannot imagine an empty and meaningless world in which everyone is pulled by strings stretched across an unbridgeable abyss; because people need voices that contrast the habit of speaking, free it from the pincers that crush it and return to give meaning and sacredness to the colorful beauty of a heart that doesn’t beat only for itself and a brain that doesn’t crave only for your own good.
What do we really want?
I only want wings to fly able to lead me into the heart of people’s hearts because, I’m sure, only there I can find a shelter of meaning, a route that guides me beyond myself, in the stormy sea as in the placid calm of a daily life that is always the same.
So, I write, because these are my wings, my elegant sail and that lighthouse that I see in the darkest storm.
I write, because this is my voice, this is the solid rope with which I can help and welcome the voice of every voice.

Nel silenzio della notte, la scrittura riempie ogni vuoto e nell’abisso dell’oblio richiama alla memoria voci e volti che ritrovano la loro forma.
La scrittura mi accompagna non solo come rossa vela elegante che solca un mare che luccica di stelle, ma come corrente che travolge e sconvolge nel mare in tempesta la rotta della mia imbarcazione e, sebbene solo grazie agli alti e ai bassi delle onde in tumulto, mi consente di affidarmi a quella luce lontana di un faro che, come me, resiste alle intemperie.
Tante volte, quest’anno, mi sono detta che fosse giunta l’ora di smettere di scrivere, di lasciare adagiate nel segreto della mente tutte le riflessioni, le voci ascoltate nel profondo del cuore mai sordo. Tante volte mi sono chiesta di mettere a tacere la parola che scivola delicata sui fogli di carta o, più impetuosa, segue il rimbalzo dei tasti sulla tastiera del computer. Tante volte mi sono scoperta agghiaciata dal mutismo del tempo che osa considerare come “veri” solo gli affari e non gli esseri umani, e scioccata dall’inutilità di una parola che perde valore nell’insulsa confusione dei narcisi di turno.
Tante volte ho provato a lasciar perdere, a riconoscere con umiltà l’inutilità di una parola che non viene ascoltata e ad accettare pur senza imitarlo il bisogno di piattezza che mette i più a proprio agio nell’insignificanza del tempo che lasciano scorrere senza vivere.
Tante volte ho detto “basta” alla presunzione di poter lasciare un segno, un’orma che percorresse il sentiero della competenza ma lo facesse con la tenerezza dell’innocenza.
Tante volte, e anche ora, non riesco a farlo.
Perché questo è il poco o nulla che sono e che ho; perché non si può cedere dinanzi alla standardizzazione del pensiero che ne spegne il tumulto e il fermento creativo; perché non si può abbandonare il proprio posto né la ricerca di senso per dedicarsi, invece, all’insana “virtù” dell’indifferenza e dell’ego che vede e prevede e moltiplica all’infinito solo sé stesso; perché non si può immaginare un mondo vuoto e privo di senso in cui ciascuno sia tirato da fili tesi attraverso un abisso incolmabile; perché le persone hanno bisogno di voci che contrastino l’abitudine alla parola, la liberino dalle tenaglie che la stritolano e tornino a dare significato e sacralità alla bellezza variopinta di un cuore che non batta solo per sé stesso e di un cervello che non brami solo al proprio bene.
Che cosa vogliamo davvero?
Io desidero solo ali per volare in grado di condurmi nel cuore del cuore delle persone perché, ne sono certa, solo lì io posso trovare un giaciglio di senso, una rotta che mi guidi oltre me stessa, nel mare in tempesta come nella placida calma di un quotidiano sempre uguale.
Allora, io scrivo, poiché queste sono le mie ali, la mia vela elegante e quel faro che intravedo nella burrasca più oscura.
Io scrivo, poiché questa è la mia voce, questa la solida gomena con la quale posso soccorrere e accogliere la voce di ogni voce.