Writing Life

Over the years, writing has increasingly become for me not an art form, but the way in which I manage to give shape to reality, especially the one that is not talked about, the one that remains hidden in the indifference of the blind and in the detachment of the deaf.
It is evident that there is always something of me in what I write, if only for the emotions that involve me in narrating and bearing witness to the life that passes through me, not without leaving signs of its passage.
Thus, both in my novels and in my essays, the narrative voice is never extraneous, it could not be since the life I tell or reflect on is so introjected into the depths of my being that it changes into my own life.
When I write it is as if I were living that precise situation in that precise moment, I can be able to distance myself to feel and understand it better, to preserve the honesty of the writing, but I cannot abandon it because I would set my own life aside.
Maybe that’s why my writing is so introspective, but, at the same time, surgical; perhaps this is why even rereading them I continue to feel very strong emotions as if those words were not my words and my thoughts, but the sudden and unexpected gift of life that renews itself and promotes another life.
I feel so small and unfit in the face of so much mystery that I feel I can only leave room for amazement. Thus, I think back to the characters in my novels and feel respect and gratitude. Yes, I respect their story which has allowed me to broaden my gaze on the world and I feel gratitude as I am grateful to them for having given me the depth of their hearts and not the flashy form of an evanescent representation of life.
Yes, I am grateful to Maria, female protagonist of “Don’t climb over that wall (Nulla die, 2017) for showing me the horror, but keeping her purity of heart and providing me with the tools to be a stronger person; I am grateful to Loveth, female protagonist of “The wind drags” (Nulla die, 2020), for showing me that the violence of discrimination can be tamed by meeting loyalty and passion; I am grateful to Giulia, female protagonist of “Giulia” (Nulla die, 2021), for being able to get back into herself, learning even in solitude to love herself and the other, for being able to pronounce her name and to forgive herself for her too long silence.
I am grateful to these protagonists and their co-stars and also their antagonists, as each character, for better or for worse, has narrated life.
This is writing, life.

Negli anni, la scrittura è diventata sempre di più per me non una forma d’arte, ma il modo in cui riesco a dare forma alla realtà, soprattutto quella di cui non si parla, quella che resta nascosta nell’indifferenza dei ciechi e nel distacco dei sordi.
È evidente che c’è sempre qualcosa di me in quello che scrivo, non fosse altro che per le emozioni che mi coinvolgono nel narrare e testimoniare la vita che mi attraversa non senza lasciare segni del suo passaggio.
Così, sia nei miei romanzi che nei saggi, la voce narrante non è mai estranea, non potrebbe esserlo poiché la vita di cui narro o su cui rifletto è talmente introiettata nella profondità del mio essere da mutarsi nella mia stessa vita.
Quando scrivo è come se vivessi in quell’istante preciso quella precisa situazione, posso riuscire a prendere le distanze per sentirla e comprenderla meglio, per conservare l’onestà della scrittura, ma non posso abbandonarla perché accantonerei la mia stessa vita.
Forse è per questo che la mia scrittura è così introspettiva, ma, nello stesso tempo, chirurgica; forse è per questo che anche rileggendoni continuo a provare emozioni fortissime come se quelle parole non fossero le mie parole e il mio pensiero, ma il dono improvviso e inatteso della vita che si rinnova e promuove altra vita.
Mi sento così piccola e inadatta dinanzi a tanto mistro che sento di poter lasciare spazio solo allo stupore. Così, ripenso ai personaggi dei miei romanzi e provo rispetto e riconoscenza. Sì, rispetto per la loro storia che mi ha consentito di allargare il mio sguardo sul mondo e provo riconoscenza poichè sono loro grata di avermi donato la profondità dei loro cuori e non la forma appariscente di una rappresentazione evanescente della vita.
Sì, sono grata a Maria, protagonista femminile di “Non scavalcare quel muro (Nulla die, 2017) per avermi mostrato l’orrore, ma aver conservato la sua purezza di cuore e avermi fornito gli strumenti per essere una persona più forte; sono grata a Loveth, protagonista femminile di “Il vento trascina” (Nulla die, 2020), per avermi mostrato che la violenza della discriminazione può essere domata dall’incontro con la lealtà e la passione; sono grata a Giulia, protagonista femminile di “Giulia” (Nulla die, 2021), per essere stata capace di rientrare dentro sé stessa, imparare anche nella solitudine ad amare sé stessa e l’altro, per essere riuscita a pronunciare il suo nome e a perdonare sé stessa per il suo troppo lungo silenzio.
Sono grata a queste protagoniste e ai loro co-protagonisti e anche ai loro antagonisti, poiché ciascun personaggio, nel bene o nel male, ha raccontato la vita.
Questa è la scrittura, vita.