The First Word

I wish I could remember the first word I heard when I was born. I don’t know why, but I feel it’s important, like a spark that ignites the time of memory. Still, I don’t remember it.
I feel like a maimed, I tell myself that that word could have been the key, the solution to the mystery of my life, the answer to all those unspoken questions that fill my heart with expectation, the direction of the course of my time. Still, I don’t remember it.
That word is absent in my memory.
How many “absent” words are there that we would have liked to hear directed towards us? How many of those we would have liked to pronounce, but which remained behind, like an unfinished breath? What must have been the first word uttered by a human being to express the emotion and need of birth?
Now that the greater my silence, the louder I hear the sound of absent words; the stronger I perceive the voice of the voiceless and, as the mystery that surrounds us grows, the greater the need to let go and listen to what has never been heard and perhaps not even spoken.
I wonder who I am, who I have become and what I might have been like if those words had been spoken and remembered. Who am I now as a result of the experiences that have shaped me and if I have had adequate words for those who have been next to me, for those who have followed me, for those who have read me, for those I have met on the path of life by intertwining my life with her.
I wonder if I have been faithful to the word I believed in and witnessed, if my writing had and still has a place in the heart of each other’s lives. I wonder what I’m for, what tool I am in this tortuous path called life and if I’ve managed to dialogue with it, life, appropriately.
I don’t have the answers, not all, or perhaps none, since honesty of heart is often not a sufficient answer and not enough to play its role in the void of meaning that surrounds us.
This is a time when I no longer wonder where I’m going, but where I’ve been, to understand what remains of such a daring and often lonely journey.
No, it is not a time in which I seek confirmation of what I have been, but awareness of having been, for better or for worse, and that I have not betrayed the promise of fidelity to conscience. Now I can’t fully read inside myself, yet my gaze towards the story of the other is lucid and attentive.
Time flies, but how long does it take for time to travel its time?

Vorrei poter ricordare la prima parola che ho udito appena nata. Non so perché, ma sento che sia importante, come una scintilla dalla quale si accenda il tempo della memoria. Eppure, non la ricordo.
Mi sento come monca, mi dico che quella parola avrebbe potuto essere la chiave, la soluzione al mistero della mia vita, la risposta a tutti quegli interrogativi mai pronunciati che colmano di attesa il mio cuore, la direzione del corso del mio tempo. Eppure, non la ricordo.
Quella parola è assente nella mia memoria.
Quante sono le parole “assenti” che avremmo voluto sentire indirizzare verso di noi? Quante quelle che avremmo voluto pronunciare, ma che sono rimaste indietro, come un soffio incompiuto? Quale sarà stata la prima parola pronunciata da essere umano per esprimere l’emozione e il bisogno della nascita?
Ora che più grande è il mio silenzio, più forte sento il suono delle parole assenti; più forte percepisco la voce di non ha voce e, nel crescere del mistero che ci circonda, più grande è il bisogno di lasciarsi andare e ascoltare ciò che mai è stato udito e forse neanche pronunciato.
Mi chiedo chi io sia, chi io sia diventata e come avrei potuto essere se quelle parole fossero state pronunciate e ricordate. Chi sono ora in seguito alle esperienze che mi hanno forgiata e se io abbia avuto parole adeguate per chi mi è stato accanto, per chi mi ha seguito, per chi mi ha letto, per chi ho incontrato sul cammino della vita intrecciando la mia vita alla sua.
Mi chiedo se sono stata fedele alla parola in cui ho creduto e che ho testimoniato, se la mia scrittura abbia avuto e abbia un posto nel cuore della vita dell’altro. Mi chiedo a che cosa io serva, quale strumento io sia in questo cammino tortuoso che si chiama vita e se io sia riuscita a dialogare con lei, la vita, in maniera appropriata.
Non ho le risposte, non tutte, o forse nessuna, poiché spesso l’onestà del cuore non è una risposta sufficiente e non basta a giocare il proprio ruolo nel vuoto di senso che ci circonda.
È un tempo, questo, in cui io non mi chiedo più dove sto andando, ma dove sono stata, per capire che cosa resta di un viaggio così ardito e spesso solitario.
No, non è un tempo in cui cerco conferma di ciò che sono stata, ma consapevolezza di esserlo stata, nel male e nel bene, e di non aver tradito la promessa di fedeltà alla coscienza. Non riesco, ora, a leggere pienamente dentro me stessa, eppure lucido e attento è il mio sguardo verso la storia dell’altro.
Il tempo corre, ma quanto occorre al tempo per percorrere il suo tempo?