Shakespeare e Napoli: La tempesta, traduzione di Eduardo De Filippo

Leggere un’opera teatrale di William Shakespeare e sentirsi da essa avvolti e coinvolti come se il tempo fosse un eterno presente, è esperienza meravigliosa e affascinante. Avere la possibilità di leggerla in lingua napoletana è un’emozione ancora più forte che non coinvolge solo le emozioni ma le esperienze.
Questo è quanto si prova nel leggere la traduzione in napoletano del ‘600 che Eduardo De Filippo ha fatto di “La tempesta” di W. Shakespeare.
Un’esperienza unica non solo per la grandezza dell’opera originale, ma perché molte sono le coincidenze della vita dei due immensi drammaturghi. “La tempesta” fu l’ultima opera che Shakespeare abbia scritto completamente da solo. È l’opera in cui la riflessione sulla vita, sul bene e sul male, pur conservando una profondità escatologica, ne varca i confini, diventa più fattuale e meno introspettiva e lascia spazio alla speranza di una redenzione dove il perdono e la consapevolezza di sé possono originare vite nuove.
La traduzione di Eduardo de Filippo, ha lo stesso aroma delle ultime cose, degli ultimi pensieri e preoccupazioni di un autore che ha saputo leggere e interpretare il tempo e i tempi.
Il testo, infatti, su una prima richiesta di Einaudi, rappresenta l’opera ultima di Eduardo De Filippo. Un testo divenuto da anni introvabile e ripubblicato di recente da Guida Editore in collaborrazione con la Repubblica in una versione accompagnata da riflessioni e articoli di giornalisti e attori che del mondo di Eduardo hanno fatto parte, Shakespeare e Napoli – La Tempesta, trad. di E. De Filippo (Guida editore, 2022).
Aiutato dalla traduzione in italiano della moglie Isabella, Eduardo, con la sua traduzione in napoletano, ha saputo rendere viva la narrazione, ironica e perspicace, dimostrando la grandezza dell’opera originale, ma anche quella della cultura napoletana che è in grado di accogliere, traslare, tradurre e interpretare un mondo apparentemente così distante come quello shakesperiano.
La lingua napoletana, infatti, ha, come la lingua inglese, miriadi di vocaboli per esprimere emozioni e sentimenti più disparati nelle loro diverse sfumature. È una traduzione che si legge con piacere e interesse, ma è una traduzione fatta per essere recitata, proprio come l’opera di Shakespeare, e leggerla ad alta voce, immaginare i gesti e le sfumature dei toni è come veder vivere nel palcoscenico della propria casa quei personaggi che così tanto ci hanno donato.

Reading a play by William Shakespeare and feeling enveloped and involved in it as if time were an eternal present is a wonderful and fascinating experience. Having the opportunity to read it in the Neapolitan language is an even stronger emotion that involves not only emotions but experiences.
This is what one feels when reading the 17th century Neapolitan translation that Eduardo De Filippo made of W. Shakespeare’s “The Tempest”.
It’s a unique experience not only for the greatness of the original work, but because there are many coincidences in the life of the two immense playwrights. “The Tempest” was the last play Shakespeare wrote entirely by himself. It is the work in which the reflection on life, on good and evil, while retaining an eschatological depth, crosses its borders, becomes more factual and less introspective and leaves room for the hope of a redemption where forgiveness and self-awareness can give rise to new lives.
Eduardo de Filippo’s translation has the same aroma as the latest things, the latest thoughts and concerns of an author who has been able to read and interpret time and times.
The text, in fact, on a first request from Einaudi, represents the last work of Eduardo De Filippo. A text that has become unobtainable for years and has recently been republished by Guida Editore in collaboration with the Republic in a version accompanied by reflections and articles by journalists and actors who have been part of Eduardo’s world, Shakespeare and Naples – La Tempesta, transl. by E. De Filippo (Publisher Guide, 2022).
Helped by the Italian translation of his wife Isabella, Eduardo, with his translation into Neapolitan, has been able to make the narration alive, ironic and insightful, demonstrating the greatness of the original work, but also that of the Neapolitan culture that is able to welcome, translating, translating and interpreting an apparently distant world like the Shakespearian one.
The Neapolitan language, in fact, has, like the English language, myriads of words to express the most disparate emotions and feelings in their various nuances. It is a translation that can be read with pleasure and interest, but it is a translation made to be recited, just like Shakespeare’s work, and reading it aloud, imagining the gestures and the nuances of tones is like seeing life on the stage of your own home those characters who have given us so much.

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