Wrapped in Anxiety

Sometimes it seems like you were wrapped in anxiety.
There are days when everything seems more complicated, your own breath is. These are the days when that anxiety appears and doesn’t go away even if you immerse yourself in the actions you love the most.
It is the anxiety of those who, knowing full well that they are always in the balance, accentuate their feeling of suspension and helplessness, not being able to do anything but wait for the result of tomorrow’s CT scan which in the coming days will express the verdict with its last word on the my life … at least for the moment.
So, I try to devote myself to studying, reading, writing and, perhaps, only in the latter do I find the space for revelation and relaxation.
Then, when there are situations that accumulate, such as the rudeness of those who look at you, indeed, they do not look at you, deluding themselves that they can ignore the disease, then, my heart is filled with sadness and I cannot help but consider how much foolishness there is in those who abandon a person who suffers to denial and indifference.
I wonder, then, why it is so scary to stay close to those who suffer. Because, among the many diseases, cancer is the most feared especially by those who do not suffer from it.
I shouldn’t be surprised anymore, I’ve tried it many times in this last year, and yet, it succeeds
still hurting me on suspended days like these.
To the question of convention but without feeling “How are you?”, I always answer “Well!”, But how do you want me to be?
Rather, it makes me wonder how certain people are with themselves, how they can manage to be in front of me without ever looking at me, talking to me without looking at me, how they can be so banal.
Isn’t there a middle ground that allows cancer and me to meet? Isn’t it possible to just be polite and kind?
What need is there for sidelong glances or, on the contrary, for fixed gaze on anything that is not the sick person, other than me?
It is very difficult for me to live off this indelicacy and I don’t understand it. I do not understand who is good for, certainly not for me, but not even for those who express themselves in this way and who do not learn a lesson for themselves from the pain of the other.
If I die, sooner or later (like everyone, on the other hand), will they remember their absent gazes or will they hide behind equally false tears and sadness?
I know I don’t look good, so to speak, but I still have one; Will they be kind when my wax is that of death?
It is in the moments of life that love is needed, what is beyond does not belong to us yet and we still do not know it.
Love me while alive, because in death, death thinks about it.

Talvolta ci si sente come avvolti dall’ansia.
Ci sono giorni in cui tutto sembra più complicato, il proprio stesso respiro lo è. Sono questi i giorni in cui appare quell’ansia che non si spegne neanche immergendosi nelle azioni che si amano di più.
È l’ansia di chi, ben sapendo di essere sempre in bilico, accentua la propria sensazione di sospensione e impotenza non potendo fare altro che restare in attesa del risultato della Tac di domani che nei prossimi giorni esprimerà il verdetto con la sua ultima parola sulla mia vita… almeno per il momento.
Così, provo a dedicarmi allo studio, alla lettura, alla scrittura e, forse, solo in quest’ultima trovo lo spazio della rivelazione e del rilassamento.
Quando, poi, ci sono situazioni che si accumulano, come per esempio la scortesia di chi ti guarda, anzi, non ti guarda, illudendosi di poter ignorare la malattia, allora, il mio cuore si riempie di tristezza e non posso non considerare quanta stoltezza ci sia in chi abbandona alla negazione e all’indifferenza una persona che soffre.
Mi chiedo, allora, perché faccia così paura restare accanto a chi soffre. Perché, tra le tante malattie, il cancro sia la più temuta soprattutto da chi non ne è affetto.
Non dovrei più sorprendermi, l’ho provato tante volte in questo ultimo anno, eppure, riesce
ancora a farmi male in giorni sospesi come questi.
Alla domanda di convenzione ma senza sentimento “Come stai?”, io rispondo sempre “Bene!”, ma come volete che io stia?
Mi viene piuttosto da chiedermi come certe persone stiano con sé stesse, come possano riuscire a essere difronte a me senza rivolgermi mai uno sguardo, parlare con me senza guardarmi, come possano essere così banali.
Non esiste una via di mezzo che consenta l’incontro tra loro me e il cancro? Non è possibile essere semplicemente educati e gentili?
Che bisogno c’è di sguardi di sottecchi o, al contrario, di fissità dello sguardo su qualsiasi cosa che non sia la persona malata, che non sia io?
È molto difficile, per me, vivere di questa indelicatezza e non la capisco. Non capisco a chi faccia bene, a me non di certo, ma neanche a chi si esprieme così e che dal dolore dell’altro non apprende anche una lezione per sé stesso.
Se morirò, presto o tardi (come tutti, d’altra parte), ricorderanno i loro sguardi assenti o si nasconderanno dietro lacrime e tristezza altrettanto false?
So di non avere una bella cera, per così dire, ma ne ho ancora una; saranno forse gentili quando la mia cera sarà quella della morte?
È negli istanti di vita che c’è bisogno di amore, ciò che è oltre non ci appartiene ancora e ancora non lo conosciamo.
Amatemi da viva, poiché nella morte, la morte ci pensa.