The Ethics of the Other

We no longer have the concept of justice, but perhaps we no longer even have an idea of it.
We believe that what suits us is right having lost the ability of an overall look as well as that of the detail unless that detail is ourselves.
We can only get involved if between the pain of the other and us there is a screen, a camera that records everything making us silent and idle witnesses, believing ourselves protected from that evil that affects another and not us in first person.
“One for all, all for one” is just a romantic motto forgotten on the shelf of a probably never opened book. Yet it is precisely these sacred words that highlight mutual responsibility for good and evil. One cannot be neutral in the face of violence, non-intervention is a choice that makes those who commit violence accomplices and traitors to the life of the victim. That being witnesses with video footage does not change what happens, on the contrary, there is perhaps an unconscious desire that it does not end up soon catching the most significant shot to be spread on social networks … but why?
The eye of the camera has become our eye, but the cameras have no hands, no voice, no courage to intervene before the worst happens … even human beings no longer have this courage, this ability to take part to help and stand next to those who suffer.
I remember, many years ago, intervening to stop a thief who stole a laptop from a car after breaking the window. I remember everyone was watching, I walked up screaming and hoping that someone would follow me, but no one moved and I got a punch in the stomach that made me vomit instantly and which I have bruised for some time.
Nobody intervened neither for the theft nor for me, on the contrary, they told me that I had been careless. The thief stole anyway, he seemed not to be afraid, he was certain that no one would intervene. If they had, I might have gotten that punch in the stomach anyway, but at least it wouldn’t have been useless.
That time no one filmed the event because the few cell phones that existed did not have a camera, yet that image of widespread inanity remained imprinted in my mind, who knows if any of the sluggish still remembers what happened.
What was it for? It served me to measure the power of my ethics and its consistency.
This lack of attention to the other, of the honor of coming to the defense of a weaker one, has become an abandoned legacy, a legacy that we did not want to cultivate.
Today, we entrust our human testimony to the cameras, we request an increasingly widespread use of them together with the police who control us, but this is a task that is also up to each citizen. We all have to protect the other from rash violence, obviously to separate and not to generate new violence, while the police are called and their intervention is expected; before the abuse under the eyes of all we should all operate in a joint action between thought and action, what Zygmunt Bauman calls “the ethics of the Other”.

Non abbiamo più il concetto di giustizia, ma forse non ne abbiamo più neanche un’idea.
Crediamo che sia giusto ciò che ci fa comodo avendo perso la capacità di uno sguardo complessivo come anche quello del dettaglio a meno che quel dettaglio non siamo noi stessi.
Possiamo farci coinvolgere solo se tra il dolore dell’altro e noi c’è uno schermo, una telecamera che riprenda tutto rendendoci testimoni silenti e oziosi, credendoci protetti da quel male che colpisce un altro e non noi in prima persona.
“Uno per tutti, tutti per uno” è solo un motto romantico dimenticato sullo scaffale di un libro probabilmente mai aperto. Eppure, sono proprio queste parole sacre che evidenziano la responsabilità reciproca nel bene e nel male. Non si può essere neutrali dinanzi alla violenza, il non-intervento è una scelta che rende complici di chi compie la violenza e traditori della vita della vittima. Quel farsi testimoni con le riprese video non muta quanto accade, anzi, c’è forse un inconsapevole desiderio che non finisca presto per accattivarsi la ripresa più significativa da diffondere sui social… ma perché?
L’occhio della telecamera è diventato il nostro occhio, ma le telecamere non hanno mani, né voce, né coraggio per intervenire prima che il peggio accada… neanche più gli esseri umani hanno questo coraggio, questa capacità di farsi parte per soccorrere e porsi accanto a chi soffre.
Ricordo, molti anni fa, di essere intervenuta per bloccare un ladro che rubava un portatile da un’auto dopo averne sfondato il finestrino. Ricordo che tutti rimasero a guardare, io mi avvicinai urlando e sperando che qualcuno mi seguisse, ma nessuno si mosse e io mi beccai un pugno nello stomaco che mi fece vomitare all’istante e di cui per qualche tempo ho portato i lividi.
Nessuno intervenne né per il furto né per me, anzi, mi dissero che ero stata incauta. Il ladro rubò comunque, sembrava non avere paura, era certo che nessuno sarebbe intervenuto. Se lo avessero fatto, magari mi sarei comunque beccata quel pugno nello stomaco, ma almeno non sarebbe stato inutile.
Quella volta nessuno riprese l’evento perché i pochi cellulari che esistevano non avevano una telecamera, eppure quell’immagine di inanità diffusa è rimasta stampata nella mia mente, chissà se qualcuno degli ignavi ricorda ancora cosa è successo.
A che cosa è servito? È servito a me, a misurare il potere della mia etica e la sua coerenza.
Questa mancanza di attenzione all’altro, di onore di scendere in difesa di un altro più debole è diventato un lascito abbandonato, un’eredità che non abbiamo voluto coltivare.
Oggi, affidiamo alle telecamere la nostra testimonianza umana, ne richiediamo un uso sempre più diffuso insieme alle forze dell’ordine che ci controllino, ma questo è un compito che spetta anche a ciascun cittadino. Tutti dobbiamo tutelare l’altro dalla violenza inconsulta, ovviamente per separare e non per generare nuova violenza, mentre si chiamano le forze dell’ordine e si aspetta il loro intervento; dinanzi al sopruso sotto gli occhi di tutti dovremmo operare tutti in un’azione congiunta tra pensiero e azione, quella che Zygmunt Bauman chiama “l’etica dell’Altro”.

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