The Choice to Live

I am working diligently on my new book, it is very demanding from a physical point of view, but more from a psychological point of view, I believe, however, that it is also useful for me to reconstruct these last months.
I know well that it will not be the last complex months of my life, that I still have many ahead, but calmly decoding everything that has happened so far, impresses in my heart the strength of the courage that I have practiced and the certainty that, although I am tired, I may be able to manifest it again.
Reading the pages I write, I realize how much this courage was born and expressed itself more for the good, the serenity and the protection of my family and of those I respect and love than for myself.
It is a constant of mine. I place love for myself in love for others. It is not a question of self-denial but of survival instinct.
Right or wrong or even excessive, this is the choice I made many years ago, as a girl, when I was faced with the dilemma of whether to live or die. A choice to which I have always remained faithful.
I remember thinking that dying would be only for me, my risk and mine the damage; living, on the other hand, could have allowed me to manifest the true person that I was by arranging myself to be myself in offering something meaningful for others.
So, I chose to live, but to do it only looking for the good of the other. I didn’t have much hope for myself, I suffered from my life and saw my story marked more and more by absurd and inexcusable pain; making myself an attentive observer and curator of the life of the other became the sign and meaning of my becoming and my own life.
All this helped me to give a rhythm to my history and my time, to understand that my sufferings could become an instrument of understanding and welcoming the discomfort of the other.
Little by little, I have developed an ever greater sensitivity and ability to stand next to each other and support him in his life as he stumbles on some more difficult terrain.
I learned to listen and to speak little by saying the essential, I acquired greater awareness of myself and the world around me, I took on an alert and determined gaze capable of intuiting, discerning, welcoming.
In short, by taking care of the other, I learned to be stronger, to know and love myself, to believe I can make my life an opportunity for kindness and good. I have not allowed my pain to turn into selfishness; I did not allow anger and fear to teach me hate.
Today, I am a better person, very strong, but of that strength that does not separate but unites, that strength that does not break and tear, but creates bridges and bonds.
This is how I lived and I also experience the disease. Cancer that kills my body cannot affect my spirit and soul and I remain free because I am free.

Sto lavorando con solerzia al mio nuovo libro, è molto impegnativo dal punto di vista fisico, ma di più da quello psicologico, credo, però, che mi sia anche utile a ricostruire questi ultimi mesi.
So bene che non saranno gli ultimi mesi complessi della mia vita, che ne ho ancora molti davanti, ma decodificare con calma tutto quello che è accaduto finora, imprime nel mio cuore la forza del coraggio che ho praticato e la certezza che, sebbene io sia stanca, io possa riuscire a manifestarlo ancora.
Leggendo le pagine che scrivo mi accorgo di quanto tale coraggio sia nato e si sia espresso più per il bene, la serenità e la tutela della mia famiglia e di coloro che rispetto e amo che per me stessa.
È una mia costante. Ripongo nell’amore per gli altri l’amore per me. Non si tratta di abnegazione ma di istinto di sopravvivenza.
Giusto o sbagliato o persino eccessivo che sia, è questa la scelta che feci tantissimi anni fa, da ragazza, quando mi trovai dinanzi al dilemma se vivere o morire. Una scelta cui sono rimasta per sempre fedele.
Ricordo che pensai che morire sarebbe stato solo per me, mio il rischio e mio il danno; vivere, invece, avrebbe potuto consentirmi di manifestare la persona vera che ero disponendomi a essere me stessa nell’offerta di qualcosa di significativo a favore degli altri.
Così, scelsi di vivere, ma di farlo solo cercando il bene dell’altro. Non avevo molte speranze per me stessa, soffrivo della mia vita e vedevo la mia storia segnarsi sempre di più di assurdo e ingiustificabile dolore; farmi attenta osservatrice e curatrice della vita dell’altro diventò il segno e il senso del mio divenire e la mia stessa vita.
Tutto questo mi è servito a dare un ritmo alla mia storia e al mio tempo, a comprendere che le mie sofferenze potevano diventare strumento di comprensione e accoglienza del disagio dell’altro.
Piano piano, ho sviluppato una sempre maggiore sensibilità e capacità nel pormi affianco all’altro e sostenerlo nella sua vita mentre incespica su qualche terreno più impervio.
Ho imparato ad ascoltare e a parlare poco dicendo l’essenziale, ho acquisito maggiore consapevolezza di me e del mondo che mi circonda, ho assunto uno sguardo desto e determinato in grado di intuire, discernere, accogliere.
Insomma, prendendomi cura dell’altro, ho imparato a essere più forte, a conoscermi e volermi bene, a credere di poter fare della mia vita un’occasione di gentilezza e di bene. Non ho concesso al mio dolore di trasformarsi in egoismo; non ho permesso alla rabbia e alla paura di insegnarmi l’odio.
Oggi, sono una persona migliore, molto forte, ma di quella forza che non separa ma unisce, quella forza che non spezza e dilania, ma crea ponti e legami
È così che ho vissuto e vivo anche la malattia. Il cancro che uccide il mio corpo non può colpire il mio spirito e la mia anima e io resto libera perché sono libera.