Pain Is a Door to the Soul

Pain is a door to the soul, a more inhabited and less lonely place than you can imagine, because, if you have really crossed its threshold, what you see is no longer just your pain, but the soul of the pain of the world.
It is not a question of reducing or diminishing your pain, but of having more than the sensation, the certainty that it is part of a whole and that it cannot be faced without recognizing the pain of the other, of all the others.
There is no asymmetry, there is no measure or distance between your pain and that of everyone else. Pain, like love, has no measure but infinity, is priceless if not sharing, it has no voice but the voice of all human beings. Physical pain is transformed into inner pain as the inner one has implications on the body by modifying it, because body and soul coexist as long as we are alive and only at the end will death give everyone back their own individual space of freedom.
No, not freedom of one from the other, but freedom to continue one into the other in a different dimension, freedom to continue your flight in the writing of an infinite story.
I discover courageously that “freedom” means “bond”, the ability to be so aware of the other that he or she becomes part of you not as a stranger, but as your own breath. It is by breathing together that one becomes free.
Pain becomes an access, an opening, a path towards a new dimension of yourself together with the other. Pain does not make one unique and inviolable, but more sensitive to the pain of the other and more willing to love without ifs and buts.
In this long period of suffering of my body, I discover an ever greater depth of my soul … or whatever you want to call it.
I have developed an even greater care for the reality of the other and a sharper sensitivity that really makes me feel the other’s breathing inside of me as if I were breathing it.
I can not get angry, but I feel so much compassion (cum patior / suffer with) and sharing the pain of the other that I have never been a stranger to, but that I never breathe like now even when it is distant from me.
I think, then, that this disease has not deprived me of something, but has given me a lot more. Of course, I wish it would pass, but it doesn’t scare me.
What does it matter how my body and soul separate on their flight to infinity if that separation is not due to hatred and violence, anger and resentment nor has it produced any?
There is so much serenity in my heart, there is so much space to love the good, there is so much time to learn more from my life and still swim in my space of freedom, serene and light thanks to the life I care for and to which I smile.
Personal pain does not relieve the pain of the other, on the contrary, it makes them more alive and close to the point of making their veins vibrate for the tension of that suffering that you cannot touch, but that your heart and your whole being listens to.

Il dolore è una porta per entrare nell’anima, un luogo più abitato e meno solitario di quanto si possa immaginare, poiché, se davvero ne hai varcato la soglia, quello che vedi non è più solo il tuo dolore, ma l’anima del dolore del mondo.
Non si tratta di ridurre o sminuire il proprio dolore, ma di avere più che la sensazione, la certezza che esso sia parte di un tutto e che non possa essere affrontato senza riconoscere il dolore dell’altro, di tutti gli altri.
Non c’è asimmetria, non c’è misura né distanza tra il proprio dolore e quello di tutto il resto. Il dolore, come l’amore, non ha misura se non l’infinito, non ha prezzo se non la condivisione, non ha voce se non la voce di tutti gli esseri umani. Il dolore fisico si trasforma in dolore interiore come quello interiore ha dei risvolti sul corpo modificandolo, perché corpo e anima convivono finchè siamo in vita e solo alla fine la morte restituirà a ciascuno il proprio spazio individuale di libertà.
No, non libertà dell’uno dall’altro, ma libertà di proseguire l’uno nell’altro in una dimensione differente, libertà di proseguire il proprio volo nella scrittura di una storia infinita.
Scopro con coraggio che “libertà” significa “legame”, capacità di essere così consapevoli dell’altro che questi entra a far parte di te non come un estraneo, ma come il tuo stesso respiro. È respirando insieme che si diventa liberi.
Il dolore diventa un accesso, un varco, un percorso verso una dimensione nuova di sé insieme all’altro. Il dolore non rende unici e inviolabili, ma più sensibili al dolore dell’altro e più disponibili ad amare senza se e senza ma.
In questo periodo, ormai tanto lungo, di sofferenza del mio corpo, scopro una sempre maggiore profondità della mia anima… o comunque la si voglia chiamare.
Ho sviluppato una cura ancora maggiore vero la realtà dell’altro e una sensibilità più acuta che mi fa davvero provare il respiro dell’altro dentro di me come se fossi io a respirarlo.
Non riesco ad arrabbiarmi, ma provo tanta compassione (cum patior/soffrire con) e condivisione del dolore dell’altro cui non sono mai stata estranea, ma che mai come ora respiro anche quando è distante da me.
Penso, allora, che questa malattia non mi ha tolto, ma mi ha donato tanto. Certo, vorrei che passasse, ma non mi fa paura.
Che importanza ha il modo in cui il mio corpo e la mia anima si separeranno nel loro volo verso l’infinito se tale separazione non è dovuta a odio e violenza, rabbia e rancore né ne hanno prodotto?
C’è tanta serenità nel mio cuore, c’è tanto spazio per amare il bene, c’è tanto tempo per imparare ancora dalla mia vita e ancora nuotare nel mio spazio di libertà, serena e leggera grazie alla vita di cui ho cura e alla quale sorrido.
Il dolore personale non esonera dal dolore dell’altro, anzi, lo rende più vivo e vicino fino a far vibrare le proprie vene per la tensione di quella sofferenza che non puoi toccare, ma che il tuo cuore e tutto il tuo essere ascolta.