Misfit Machines

We are like misfit machines. Born to use our talents with intelligence and reasoning, to exercise the right of discernment, to improve the primitive condition of our humanity, we fall apart before the choice, the recognition of the essential, the effective distinction between the simple things that are the origin and essence of every relationship compared to the complex and hyper-structured ones that divert every sense and every destination.
In fact, lost in the search for complexity, we do not realize how much we have made it ephemeral and useless, although heavy and serious. We are no longer capable of simple gestures because we do not know how to recognize their value and, moreover, we are no longer “accustomed” to simplicity having stigmatized complexity as the custodian of luster and efficiency, no matter how much, in reality, this “efficiency” is of the all ineffective.
When one thinks of gestures to be made towards the other, one immediately imagines investments, bequests, donations, but the other, more often than not, needs kindness, tenderness, listening.
We believe that we can fill the void by filling it with goods without realizing that what is really needed is “the good”.
When someone suffers we think that pitying him is the answer, but we don’t realize that that pain only needs to be caressed, shared, listened to.
We think we have the answers for everything, but we don’t even listen to the questions, nor do we care, since what matters is having the illusion or self-delusion that we are doing something so that we are not told that we were not there, that we were not present and that we have not done what we can.
Yet, the simple things, the essential ones, the direct ones, those that do not need demonstrations and proclamations are within everyone’s reach. Just a caress, a smile, a kind look, a discreet support, a listening silence.
Here, perhaps we should recover the sense of ourselves, our dignity in order to be able to understand the tenderness of a gentle closeness, even “empty-handed”, since those “empty” hands of things are full of love.

Siamo come macchinari disadattati. Nati per usare con intelligenza e raziocinio le nostre doti, per esercitare il diritto del discernimento, per migliorare la condizione primigenia della nostra umanità, cadiamo in pezzi dinanzi alla scelta, al riconoscimento dell’essenziale, alla distinzione effettiva tra le cose semplici che sono origine ed essenza di ogni relazione rispetto a quelle complesse e iperstrutturate che deviano ogni senso e ogni destinazione.
Difatti, persi alla ricerca della complessità, non ci accorgiamo di quanto l’abbiamo resa effimera e inutile, sebbene pesante e grave. Non siamo più in grado di gesti semplici perché non sappiamo riconoscerne il pregio e, inoltre, non siamo più “abituati” alla semplicità avendo stigmatizzato la complessità come depositaria di lustro ed efficienza, non importa quanto, in realtà, tale “efficienza” sia del tutto inefficace.
Quando si pensa a gesti da compiere verso l’altro, subito si immaginano investimenti, lasciti, donazioni, ma l’altro, il più delle volte ha bisogno di gentilezza, di tenerezza, di ascolto.
Crediamo che si possa colmare il vuoto riempiendolo di beni senza accorgerci che ciò che serve davvero è “il bene”.
Quando qualcuno soffre pensiamo che commiserarlo sia la risposta, ma non ci accorgiamo che quel dolore ha bisogno solo di essere accarezzato, condiviso, ascoltato.
Pensiamo di avere le risposte per tutto, ma non ascoltiamo neanche le domande, né ci interessa, poiché ciò che conta è avere l’illusione o auto illusione di stare compiendo qualcosa affinché non venga detto che non c’eravamo, che non eravamo presenti e che non abbiamo fatto il possibile.
Eppure, le cose semplici, quelle essenziali, quelle dirette, quelle che non hanno bisogno di dimostrazioni e proclamazioni sono alla portata di tutti. Basta una carezza, un sorriso, uno sguardo gentile, un sostegno discreto, un silenzio di ascolto.
Ecco, forse dovremmo recuperare il senso di noi stessi, la nostra dignità per poter riuscire a comprendere la tenerezza di una vicinanza gentile, anche “a mani vuote”, poiché quelle mani “vuote” di cose, sono colme di amore.

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