Not Seeing Helps to Look Better

So, you would like to leave everything out … not hearing, not seeing … You slip under the covers, you pull them up over your head, with the pillow you try to protect your ears so that any noise is muffled or absent.
So you try to isolate yourself and find some real peace, assuming you know what it is or can at least imagine it.
Yet, when, finally, you have managed to close yourself in your shell, you realize that your carapace does not protect you, indeed, when closed, you begin to listen even better to the voice of your body that generates pain and spreads, amplifying it, indifference. of the silence of others and the virulence of a disease whose name you know, but not the reason for.
You wonder, then, if everything exists when you name it, why does it exist without you ever mentioning it?
And then you understand.
It is a meeting, not a test.
It is a dialogue, not an unexpected event.
It is a gift, not a punishment.
How is it possible? I don’t know, but I feel it is.
I feel that denying or violating the sacredness of one’s condition of pain means having the presumption of knowing the secret of life and the human condition, paths along which, on the other hand, I feel I am and still remain in search, even in dissent, even in fragility. of those who feel overwhelmed by too much.
I remain in search. This makes everything, even my evil and worst, an encounter, a dialogue, a gift.

Allora, vorresti lasciare tutto fuori… non sentire, non vedere… Ti infili sotto le coperte, le tiri fin sopra alla testa, con il cuscino provi a proteggere le orecchie affinché ogni rumore sia attuttito o assente.
Cerchi così di isolarti e trovare un po’ di pace vera, ammesso tu sappia che cosa essa sia o possa almeno immaginarlo.
Eppure, quando, infine, sei riuscita a chiuderti nel tuo involucro, ti accorgi che il tuo carapace non ti protegge, anzi, così chiusa, cominci ad ascoltare ancora meglio la voce del tuo corpo che genera dolore e diffonde, amplificandola, l’indifferenza del silenzio altrui e la virulenza di una malattia di cui conosci il nome, ma non il motivo.
Ti chiedi, allora, ma se ogni cosa esiste quando le dai un nome, perché questa esiste senza che tu l’abbia mai nominata?
E allora capisci.
È un incontro, non una prova.
È un dialogo, non un imprevisto.
È un dono, non una punizione.
Come è possibile? Non lo so, ma sento che è così.
Sento che negare o violare la sacralità della propria condizione di dolore significa avere la presunzione di conoscere il segreto della vita e della condizione umana, percorsi lungo i quali, invece, sento di essere e restare ancora in ricerca, anche nel dissenso, anche nella fragilità di chi si sente sovrastato dal troppo.
Resto in ricerca. Questo fa di ogni cosa, anche del mio male e del peggio, un incontro, un dialogo, un dono.

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