Modal Verbs

Modal verbs are verbs that help express the way a subject performs the action. That is, the same action can be done out of duty (obligation), possibility (or ability), will.
An example: “I have to study” (meaning both an external obligation in the sense that someone imposes it, but also an internal obligation that expresses the awareness of the need to carry out this action); or, “I can study” (in the sense of having the ability, but also the possibility); last but not least, “I want to study” (which undoubtedly expresses the will and the choice to carry out or not that particular action).
Each modal verb structures a sentence so that in it, more or less strong, is the intention of the subject, but also of whoever is addressing the subject.
Well, in life it sometimes happens that some modal verbs disappear as if they had never existed, or are transformed so that, in any case, even when they express a possibility or a capacity, they appear as commands.
It then happens that “I cannot” and “I must” become the only conjugatible forms of modal verbs. “I want”, on the other hand, disappears completely from the group of such verbs as from the possible choices that a subject can make.
“The I want” disappears from the gaze and from the words of those who use it towards you, transforming it into “you must not” or “you cannot”.
There is often no meanness in this, but who dictates that things work like this? Who determines that the choice of the person no longer has significant and meaningful value? Are we sure it’s only for the good? And what if this good hides forms of ill-concealed selfishness which, although unwilling to do so, lack respect for the subject person? How can you be sure that what you think “should” or “can’t” be done is really good for the person? Is it not true that treating a person by making it impossible for him to choose is like not only depriving the person of his freedom, but also depriving him of his dignity?
Many times we think we know what is best for others, but it is easy to determine it from the outside, without feeling what they feel on their own skin. It is easy to establish what one should or should not do from the top of one’s own domain, another story is that desire for self-control and the desire for freedom that a person exercises over itself consciously and freely.
Servile (or modal) verbs have their charm because they do not exert power, but they help to understand the weight to be given to actions. I believe that everyone should be free to manage this awareness and, to it alone, to trust the gift of their own reasonableness.

I verbi modali sono verbi che aiutano a esprimere il modo in cui un soggetto compie l’azione. La stessa azione, cioè, può essere fatta per dovere (obbligo), possibilità (o capacità), volontà.
Un esempio: “io devo studiare” (intendendo sia un obbligo esterno nel senso che qualcuno lo impone, ma anche un obbligo interno che esprima la consapevolezza della necessità di compiere la tale azione); oppure, “io posso studiare” (nel senso di averne la capacità, ma anche la possibilità); infine, ma non meno importante, “io voglio studiare” (che esprime senza dubbio alcuno la volontà e la scelta di compiere o meno quella particolare azione).
Ogni verbo modale struttura una frase affinché in essa più o meno forte sia l’intenzione del soggetto, ma anche di chi al soggetto si rivolge.
Ecco, nella vita capita talvolta, che alcuni verbi modali spariscano come se non fossero mai esistiti, o vengono trasformati in modo che, in ogni caso, anche quando esprimono una possibilità o una capacità, essi appaiano come dei comandi.
Accade, allora, che “l’io non posso” e “l’io devo” diventino le uniche forme coniugabili dei verbi servili. “L’io voglio”, invece, sparisce completamente dal novero di tali verbi come dalle scelte possibili che un soggetto possa compiere.
“L’io voglio” sparisce dallo sguardo e dalle parole di chi lo impiega nei tuoi riguardi trasformandolo in “tu non devi” oppure “tu non puoi”.
Non c’è cattiveria, spesso, in questo, ma chi stabilisce che le cose funzionino così? Chi determina che la scelta della persona non abbia più valore significante e significativo? Siamo sicuri che sia solo per il bene? E se questo bene nascondesse forme di malcelato egoismo che, pur non volendolo, mancano di rispetto alla persona soggetto? Come si fa a essere sicuri che ciò che si ritiene “debba” o “non possa” essere fatto sia davvero il bene della persona? Non è forse vero che già il trattare una persona impossibilitandola a scegliere è come non solo deufraudare la persona della sua libertà, ma anche privarla della sua dignità?
Tante volte si crede di conoscere quale sia il meglio per gli altri, ma è facile determinarlo dall’esterno, senza provare quello che essi provano sulla propria pelle. È facile stabilire ciò che si debba o non debba fare dall’alto del proprio dominio, altra storia è quel desiderio di controllo di sé e di desiderio di libertà che la persona esercita su sé stessa consapevolmente e liberamente.
I verbi servili (o modali) hanno il loro fascino perché non esercitano un potere, ma aiutano a comprendere il peso da dare alle azioni. Credo che ciascuno dovrebbe essere libero di gestire questa consapevolezza e a essa, essa soltanto, confidare il dono della propria ragionevolezza.

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