What’s the Matter?

“What’s up?” he asked her worriedly.
“What’s not there?” she replied with a cracked mouth to a wry smile and a look full of tears.
It was true, the easier it would have been to list the things that weren’t there instead of the too many that add their weight on her shoulders. Yet, he felt helpless, he had no answers nor could he find any. The distance between his vision and that of his partner was too great and enormous.
He, from above or even below, of his experience could only tell of things seen but not lived. She, from the bottom or from the top of her awareness, could only try and still feel every sensation, every pain, every limitation that her voice could not scream, but with which her face imprinted every fold, every pore, every eyelash, every color that suddenly colored her face with ice.
This is the distance between the sufferer and the observer, not for lack of love, but because it is what life disposes; a substance that cannot be filled because it places one in a subordinate position with respect to the other. He, who knew her well, knew she was capable of concealing pain, but he also knew how much she hated being addicted. Her spirit was free, sure, but bent by the compulsion of not being able to fly freely.
Yet how freer she could now be in the force with which she marked the distance between physical pain and her intellectual freedom of hers! But she still found it hard to be aware of it. The pain bent her in two and prevented her from caring for those she loved, what she loved and loving was her freedom.
“To what extent”, she asked him, “to what extent will I have to endure being addicted?”
“Up to the point where you realize you can still be free”, he replied, caressing her hand and brushing her thin and dried fingers with a gentle kiss.
She could not, she did not want, did not have the possibility of giving her answers that he himself did not know. He saw her suffer in her body and even more in her mind, but he could not bring back the smile of her freedom. He realized, paradoxically, that the illness of his beloved had given him something of her, without malice, of course, and without having desired it, but it had offered him the possibility of an opportunity of redemption alongside her. Her illness had provided him with a form of redemption and forgiveness, of course, but he had also confronted him with the pain of the fear of getting lost and not being in time.
And she? What else did she have to learn from this new pain? Perhaps, that the freedom already met and loved could be even greater and stronger than pain. It was then that she, still smiling and with mute and dry tears in her gaze, caressed his head and heart full of pain, but also of love, and finally whispered her hymn of resistance.

“Che cosa c’è?” le chiese preoccupato.
“Che cosa non c’è?” rispose con la bocca incrinata a un sorriso ironico e lo sguardo pieno di lacrime.
Era vero, più facile sarebbe stato elencare le cose che non c’erano invece delle troppe che aggravavano il peso sulle sue spalle. Eppure, si sentì inerme, non aveva risposte né poteva trovarne. Era troppa e enorme la distanza tra la sua visione e quella della sua compagna.
Lui, dall’alto o anche il basso, della sua esperienza poteva solo raccontare di cose viste ma non vissute. Lei, dal bassso o dall’alto della sua consapevolezza, riusciva solo a provare e provare ancora ogni sensazione, ogni dolore, ogni limitazione che la sua voce non sapeva gridare, ma di cui il suo volto imprimeva ogni piega, ogni poro, ogni ciglia, ogni colore che improvviso colorava il suo viso di ghiaccio.
È questa la distanza tra chi soffre e chi osserva, non per mancanza di amore, ma perché è quello che la vita dispone; una dostanza che si rende incolmabile poiché pone in situazione di subalternità l’uno rispetto l’altro. Lui, che la conosceva bene, sapeva che lei era capace di celare il dolore, ma sapeva anche quanto odiasse essere dipendente. Il suo spirito era libero, certo, ma piegato dalla costrizione di non riuscire a volare in libertà.
Eppure, quanto più libera poteva essere ora nella forza con cui marcava la distanza tra il dolore fisico e la sua libertà intellettuale! Lei, però, stentava ancora a esserne conscia. Il dolore la piegava in due e le impediva di prendersi cura di chi amava, di ciò che amava e amare era la sua libertà.
“Fino a che punto”, lei gli chiese, “fino a che punto dovrò sopportare di essere dipendente?”.
“Fino al punto in cui ti accorgerai di poter ancora essere libera”, le rispose carezzandole una mano e sfiorando le dita magre e come rinsecchite con un bacio delicato.
Non poteva, non voleva, non aveva la possibilità di darle risposte che lui stesso non conosceva. La vedeva soffrire nel corpo e ancora di più nella mente, ma non riusciva a ridonarle il sorriso della sua libertà. Si rese conto, paradossalmente, che a lui la malattia dell’amata aveva donato qualcosa, senza cattiveria, certo, e senza averlo desiderato, ma gli aveva offerto la possibilità di un’occasione di redenzione accanto a lei. La di lei malattia gli aveva fornito una forma di riscatto e di perdono, certo, però lo aveva anche posto di fronte al dolore della paura di perdersi e di non essere più in tempo.
E lei? Lei, invece, cos’altro doveva imparare da questo nuovo dolore? Forse, che la libertà già incontrata e amata poteva essere persino più grande e più forte del dolore. Fu allora che lei, sorridendo ancora e con lacrime mute e rinsecchite nello sguardo gli accarezzò la testa e nel cuore pieno di dolore, ma anche di amore sussurrò il suo inno di resistenza.

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