Sickness, a Double Vision

In illness there is a double point of observation, the one of the patient and the one of the others.
That of the patient, if he manages to be serene and not to feel sorry for himself, is a vision that opens, increases, frees. The point of observation of the other is often limited and reductive, focusing on the other on one thing only: your sick body.
Yet, you are not only that, on the contrary, you are that, how to deny it, but you are also everything else that belongs to you and that is much more, even though silence falls on precisely that while the disease is nothing but a compassionate babbling.
I think it’s a question of awareness.
Those who are not sick have no real awareness of the disease and its sufferings; talking about it, then, becomes a way to know on the one hand, but also to keep the disease at a distance since one does not recognize oneself in it.
Those who are ill, on the other hand, know well the sufferings, the emptiness, the anxieties and know them from within, but they also know that there is much more within themselves and it is this “more” that nourishes the courage to endure from one part, but also that of discovery on the other.
The dismay cannot be canceled either in the sufferer or in the observer, but both can make the disease itself more human and, in any case, restore the fullness of humanity and meaning to those who are oppressed by the test in the first person.
We must not ignore it or pretend to be interested, we cannot, but we must respect pain, illness, life, death, the person who in expanding his horizon clearly has in mind the beginning of a new route. , of a new destination along whose path she wants only to be herself, loyal and free as life has given her to be.

Nella malattia c’è un doppio punto di osservazione, quello del malato e quello degli altri.
Quello del malato, se riesce a essere sereno e a non compiangersi, è una visione che apre, accresce, libera. Il punto di osservazione dell’altro è spesso limitato e riduttivo soffermandosi l’altro su una cosa sola: il tuo corpo malato.
Eppure, tu non sei solo quello, anzi, sei quello, come negarlo, ma sei anche tutto il resto che ti appartiene e che è molto di più, sebbene proprio su quello cali il silenzio mentre della malattia non si fa che un compassionevole blaterare.
Credo sia una quetione di consapevolezza.
Chi non è malato non ha una reale consapevolezza della malattia e dei suoi patimenti; parlarne, allora, diventa un modo per conoscere da una parte, ma anche per tenere a distanza la malattia poiché non ci si riconosce in essa.
Chi è malato, invece, conosce bene i patimenti, il vuoto, le ansie e li conosce dall’interno, ma sa anche che dentro di sé c’è molto di più ed è questo “di più” che alimenta il coraggio della sopportazione da una parte, ma anche quello della scoperta dall’altra.
Non si può annullare lo sgomento né in chi soffre né in chi osserva, ma entrambi possono rendere più umana la malattia stessa e, comunque, restituire la pienezza di umanità e di senso a chi è vessato dalla prova in prima persona.
Non bisogna fare finta di niente o fintamente interessarsi, non si può, ma si deve rispettare il dolore, la malattia, la vita, la morte, la persona che nell’ampliare il suo orizzonte ha chiaro in mente l’inizio di una nuova rotta, di una nuova destinazione lungo il cui percorso non vuole che essere sé stessa, leale e libera come vita le ha donato di essere.

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