Mother and Sons

A mother always remembers the first meeting with her child, a child has no memory of it.
Yet, in that first glance, there is the seed of immortality, perhaps this is why it is hidden from the children, because in that glance all the love, the expectation, the hope, the desire to never separate is contained. … but it happens.
Lucky those children who, even in pain and dismay, can remember their mother’s last glance, because that is the moment of the transition, the moment in which even that initial unconsciousness of a part is filled with the love of eternity. .
I thought and thought about all the glances received and exchanged with my mother, but the first, that of hospitality, is unknown to me. I looked at the photographs, remembered episodes and anecdotes, reconstructed time and times, but that look will never be part of my memory although it is part of my experience. It is paradoxical, yet it is a fact.
I also wondered why my persistence in these last days of the desire to remember precisely that gaze while having the memory of many others. I can’t give myself an answer, maybe it’s because I considered myself in the double position of daughter and mother and I’m sorry that my children will have no memory of that first glance of mine upon their arrival.
As a daughter I experience a lack, as a mother a gift. Just like the life that is born and the death that takes away. An omen perhaps? It is up to a mother to recognize the life she gives, to a child to embrace the death of whom she has forged the gift of life. It is up to a mother to enjoy those primordial moments, to a child to enjoy those goodbye moments.
In fact, the look that I love most in the photographs that represent my mother is that of her last photo of her. She was already sick and dying, immobilized in the body but not in the soul. Her face emaciated and drawn, her complexion yellow and sick. And yet, the sweetness of that look of hers compensates me for all the looks of which I am not given any memory.
A look in which I can read her book of her life every time, between joys and sorrows, endurance and courage, but, above all, I can read the look of those who have completed her life worthily and begin to look beyond.
In that photograph, her mouth opens in a wry smile, her head is bowed to one side in a relaxed sweetness I have never seen before, and her eyes speak although her voice does not. more. I can feel all the love that those eyes tell me about, the relaxation of those who can finally stop suffering and let themselves go, of those who seem to glimpse, between the blankets of darkness and light that alternate in their mind as in the his gaze, the beloved gazes that were and will always be forever.
A mother remembers and keeps forever the first gaze of love, a daughter remembers and guards forever that last gaze which, with a caress, she leads her by the hand forever.

November 16, 2003 – November 16, 2021 my beloved mother

Una madre ricorda per sempre il primo incontro con il suo bambino, un figlio non ne ha memoria.
Eppure, in quel primo sguardo, c’è il seme dell’immortalità, forse è per questo che ai figli è celato, perché in quello sguardo è contenuto tutto l’amore, l’attesa, la speranza, il desiderio di non separarsi mai… ma accade.
Fortunati quei figli che, pur nel dolore e nello sgomento, possono avere memoria dell’ultimo sguardo della loro madre, perché quello è il momento del passaggio, il momento in cui anche quella incoscienza iniziale di una parte viene colmata dall’amore dell’eternità.
Ho pensato e ripensato a tutti gli sguardi ricevuti e scambiati con mia madre, ma il primo, quello dell’accoglienza, mi è sconosciuto. Ho guardato le fotografie, ricordato episodi e aneddoti, ricostruito il tempo e i tempi, ma quello sguardo non farà mai parte della mia memoria sebbene lo sia del mio vissuto. È paradossale, eppure è un fatto.
Mi sono anche chiesta il perché del mio accanimento in questi ultimi giorni del desiderio di ricordare proprio quello sguardo pur avendo memoria di molti altri. Non so darmi una risposta, forse è perché consideravo me stessa nella doppia posizione di figlia e madre e mi dispiace che i miei figli non avranno memoria di quel mio primo sguardo al loro arrivo.
Come figlia vivo una mancanza, come madre un dono. Proprio come la vita che nasce e la morte che porta via. Un presagio forse? A una madre spetta riconoscere la vita che dona, a un figlio abbracciare la morte di chi il dono della vita ha forgiato. A una madre spetta godere di quegli istanti primordiali, a un figlio di quelli dell’addio.
Difatti, lo sguardo che io amo di più nelle fotografie che rappresentano mia madre, è quello della sua ultima foto. Era già malata e morente, immobilizzata nel corpo ma non nell’anima. Il volto emaciato e tirato, il colorito giallognolo e malato. Eppure, la dolcezza di quel suo sguardo mi compensa di tutti gli sguardi di cui non mi è data memoria.
Uno sguardo in cui posso ogni volta leggere il libro della sua vita, tra gioie e dolori, resistenza e coraggio, ma, soprattutto, posso leggervi lo sguardo di chi ha compiuto degnamente la sua vita e comincia a guardare oltre.
In quella fotografia, la bocca si apre in un sorriso ironico, il suo capo è chinato da un lato in una dolcezza rilassata che non le avevo mai visto, e i suoi occhi parlano sebbene la sua voce non lo faccia più. Riesco a sentire tutto l’amore di cui quegli occhi mi parlano, la rilassatezza di chi può, infine, smettere di soffrire e lasciarsi andare, di chi sembra intravedere, tra le coltri del buio e della luce che si alternano nella sua mente come nel suo sguardo, gli sguardi amati che furono e che saranno per sempre il persempre.
Una madre ricorda e custodisce per sempre il primo sguardo d’amore, una figlia ricorda e custodisce per sempre quell’ultimo sguardo che, con una carezza, la porta per sempre per mano.

16 novembre 2003 – 16 novembre 2021 my beloved mother

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