Mumble Mumble

Mumble mumble … a question arises spontaneously: but those who always get information through a third party despite having direct contact with the person concerned, do they want to “know things” or are they interested in the person?
No, do not say that it is a form of respect, because it is not, there is nothing worse than knowing that they are talking about you in the third person, as if you were absent, as if your condition were to be interpreted by others who do not experience it directly, albeit closely.
Nobody can know what they live more than those who live it, nobody can know better what can be said and what is part of a private person that must remain and that is not needed by those who inquire to understand more, but only to pretend to know the condition of the other although this is not possible and although the distance does not decrease and the pseudo-knowledge is only a presumed ephemeral.
Unfortunately, this is the way in which we deal with the disease, a way to exorcise it, to delineate the boundaries within which we are safe, but it is not a way that helps those who experience the disease firsthand and are also deprived of the possibility of telling oneself or, at least, of delimiting the boundaries of the story by separating what is intimate from what is not.
There is no malevolence in this, of course, at least unwanted. The result, however, may be that those who experience the disease firsthand feel invaded by the narratives that surround them without being able to say a word, that one word that would constitute the sign of truth.
Your illness, then, becomes a sacred purification rite for those who tell it and, in telling it, although not fully aware, they know, however, that they are talking about someone else who is different from themselves and often forget that that other would guard with greater modesty his own private that does not need to be narrated, since those who love you suffer because you are sick and not for the different aspects that highlight your illness.
You realize, therefore, that you who are the protagonist talk less than others about what happens to you, that less than others you have the opportunity to express the emotions you feel and that have already been cut out on you even before you could recognize them and give them a name.
We talk about the disease in the third person, stripping it of its humanity and letting the sufferer live his own melancholy alone as if, once again, it was only their duty to protect others, even from their own pain which becomes an ever more image dim of a story that, untold in the first person, slowly dies.

Mumble mumble… una domanda nasce spontanea: ma quelli che si informano sempre tramite interposta persona pur avendo un contatto diretto con l’interessato, vogliono “sapere le cose” o si interessano della persona?
No, non dite che è una forma di rispetto, perché non lo è, non c’è niente di peggio di sapere che si parla di sé in terza persona, come se si fosse assenti, come se la propria condizione dovesse essere interpretata da altri che non la vivono direttamente, sebbene da vicino.
Nessuno può sapere più di chi lo vive ciò che vive, nessuno può saper meglio che cosa può essere detto e che cosa fa parte di un privato che deve restare e che non serve a chi si informa per capire di più, ma solo per fingere di conoscere la condizione dell’altro sebbene questo non sia possibile e sebbene la distanza non diminuisca e la pseudo conoscenza sia solo un presunto effimero.
Purtroppo, è questo il modo con cui ci si confronta con la malattia, un modo per esorcizzarla, per delinearne i confini entro cui si è al sicuro, ma non è un modo che aiuta chi vive in prima persona la malattia ed è privato anche della possibilità di raccontarsi o, almeno, di delimitare il confini del racconto scindendo ciò che è intimo da ciò che non lo è.
Non c’è malevolenza in questo, certo, non voluta almeno. Il risultato, però, può essere che chi vive in prima persona la malattia si senta invaso dalle narrazioni che lo circondano senza poter dire parola, quell’unica parola che costituirebbe il segno della verità.
La tua malattia, allora, diventa un sacro rito purificatorio per chi la racconta e, nel raccontarla, sebbene non pienamente consapevole sa, comunque, di stare parlando di un altro diverso da sé e dimentica, spesso, che quell’altro custodirebbe con maggior pudore il proprio privato che non ha bisogno di essere narrato, poiché chi ti ama soffre perché sei malato e non per i diversi aspetti che evidenziano il tuo male.
Ti accorgi, quindi, che tu che sei protagonista parli meno degli altri di ciò che ti accade, che meno degli altri hai la possibilità di esprimere le emozioni che provi e che ti sono già state ritagliate addosso persino prima che tu potessi riconoscerle e dare loro un nome.
Si parla della malattia in terza pesona, spogliandola della sua umanità e si lascia che chi soffre viva da solo la propria malinconia come se, ancor una volta, suo fosse solo il dovere di proteggere gli altri, anche dal proprio dolore che diventa immagine sempre più fioca di una storia che, non narrata in prima persona, lentamente muore.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.