A Word Is More Than a Language

Who knows, maybe it is due to the professional deformation of a linguist, but words have for me the charm of what is indisputably sacred.
They have a history, an origin, a mystery also which, at the end of each research, always leads me to ask myself why, at the origin of time and language, precisely that sound and not another was customarily associated with that object and not another.
It is a bit of the question I asked as a child and which, I believe, many children ask themselves, although often without pronouncing it and looking for the reason: why is the tree called a tree?
From this naive but profound question, I have always continued to seek and seek their story in words.
Reconstructing sounds and signs, understanding their often common origin, another fruit of a mixture of signifiers and meanings, cultures, geolocations and history, has become a constant research for me. I have the perception of the value of words as if this awareness ran through my veins along with the blood that feeds me.
It is imperative for me this voice that asks me to strip the words from the mutant and changing superstructures that they have assumed over the centuries and discover the precious gem from which they originated and thanks to which it is possible at least to intuit the meaning of everything. It is imperative to respect the words and never abuse them.
The word is sacred, it has a voice and millions of voices, it has an origin but billions of destinations, it has the courage of its time and the solidity of resistance, it has history and memory but also contemplates the present moment and what Sara.
The word is sacred and should never be desecrated, betrayed and wasted in the distress of those fainthearted people who abuse it without using it, who scream at it without listening to it, who use it as a shield without admiring the transparency that makes them naked and miserable in the meanness of their own obscene cries.
The word is sacred and should never be offended.

Chissà, forse è per deformazione professionale da linguista, ma le parole hanno per me il fascino di ciò che è indiscutibilmente sacro.
Esse hanno una storia, un’origine, un mistero anche che, al termine di ogni ricerca, mi porta sempre a chiedermi il perché, all’origine dei tempi e del linguaggio, proprio quel suono e non un altro sia stato per consuetudine associato a quell’oggetto e non a un altro.
È un po’ la domanda che ponevo da bambina e che, credo, molti bambini si pongono sebbene spesso senza più pronunciarla e cercarne il motivo: perché l’albero si chiama albero?
Da questa domanda ingenua ma profonda, ho sempre continuato a cercare e ricercare nelle parole la loro storia.
Ricostruire i suoni e i segni, comprenderne l’origine spesso comune, altra frutto dei un miscuglio di significanti e significati, culture, geolocalizzazioni e storia, è diventata per me una ricerca costante. Ho la percezione del valore delle parole come se tale consapevolezza mi scorresse nelle vene insieme al sangue che mi alimenta.
È un imperativo per me questa voce che mi chiede di spogliare le parole dalle sovrastrutture mutanti e mutevoli che nei secoli hanno assunto come abito e scoprire la gemma preziosa da cui hanno avuto origine e grazie alla quale è possibile almeno intuire il senso di ogni cosa. È un imperativo rispettare le parole e non abusarne mai.
È sacra la parola, ha una voce e milioni di voci, ha un’origine ma miliardi di destinazioni, ha il coraggio del suo tempo e la solidità della resistenza, ha la storia e la memoria ma contempla anche l’attimo presente e quello che sarà.
È sacra la parola e mai dovrebbe essere profanata, tradita e sprecata nell’affanno di quei pusillanime che ne abusano senza impiegarla, che la urlano senza ascoltarla, che se ne servono come scudo senza ammirarne la trasparenza che li rende nudi e miseri nella meschinità delle proprie grida oscene.
È sacra la parola e non bisognerebbe offenderla mai.

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