Melody

It seems to me that I am walking on the edge of a precipice, on one side the present, on the other my forever.
I walk along this line between the before and the after with a rhythmic step, although sometimes faster, other times slower. There is no rush. I stop, too, to touch the surface of this abyss with my hand that appears as nothingness and that only the slight ripple of the water that fills it makes us understand that that abyss is not empty but full, it is not the nothing but the everything.
I instinctively bring my wet hand to my lips and savor the taste of that clear water to find out if the liquid that awaits me is sweet or salty and will welcome me into that precipice full of history.
It is like amniotic fluid in the womb of a mother, it does not scare but nourishes, it does not swallow but it gives life.
Those who say, in fact, that the abyss is empty, that it is nothing and should frighten us, are wrong, they do not have the perception of the sense of time or of its direction. That abyss, in reality, is full of memory, of stories, of voices, of motives and reasons for letting oneself be embraced by it as much as, afraid, trying to escape from it.
That abyss is life itself and it is not possible to escape from life as from death it is not.
The precipitate, then, whether slow or fast, according to the pace of one’s time, is not a loss but a finding, a reconstruction, a return of meaning to what had escaped us. It is not a precipice that suffocates but one that renews, since in the recognition and reunion with oneself and one’s own truth, every life becomes a word, every word sign, every sign sound, every sound melody, every melody life.

Mi sembra di camminare sull’orlo di un precipizio, da una parte il presente, dall’altra il per sempre.
Cammino lungo questa linea tra il prima e il dopo con passo ritmato sebbene a volte più rapido altre più lento. Non c’è fretta. Mi fermo, anche, a sfiorare con la mano la superficie di questo abisso che appare come il nulla e che solo la leggera increspatura dell’acqua che lo riempie fa comprendere che quell’abisso non è vuoto ma pieno, non è il nulla ma il tutto.
Porto, di istinto, la mano bagnata alle labbra e assaporo il gusto di quell’acqua limpida per scoprire se è dolce o salato il liquido che mi aspetta e mi accoglierà in quel precipizio pieno di storia.
È come liquido amniotico nel ventre materno, non fa paura ma nutre, non ingurgita ma dà la vita.
Chi dice, infatti, che l’abisso sia vuoto, sia il niente e debba farci paura, si sbaglia, non ha la percezione del senso del tempo né della sua direzione. Quell’abisso, in realtà, è pieno di memoria, di storie, di voci, di ragioni e motivi per lasciarsene abbracciare quanto, impauriti, cercare di evaderne.
È la vita stessa quell’abisso e non è possibile sfuggire alla vita come non lo è alla morte.
Il precipitare, allora, lento o veloce che sia secondo il passo del proprio tempo, non è un perdersi ma un ritrovarsi, un ricostruire, un restituire significato a ciò che ci era sfuggito. Non è un precipizio che soffoca ma uno che rinnova, poiché nel riconoscimento e ricongiungimento con sé stessi e la propria verità, ogni vita si fa parola, ogni parola segno, ogni segno suono, ogni suono melodia, ogni melodia vita.

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