Boris Pahor: Necropoli

Questa non è una recensione, non si può avere la presunzione di recensire una voce che narra la sua storia che è la storia di milioni, che è la storia di un odio insensato e malsano che spesso e in varie forme colpisce ancora le sponde del nostro individuale e di sovente malefico scontento. Questa è una riflessione.
Una riflessione sulla vita che Boris Pahor ci narra nel suo “Necropoli” (Fazi editore, 2008), sulla vita di cui tuttora deterioriamo il significato, sulla vita che pone ciascuna persona di fronte alla verità di sé stessa e alla scelta da fare non solo dinanzi a un evento drammatico come quello della Shoah, ma di tutti gli eventi drammatici che da allora, con modalità e finalità diverse, non hanno smesso di costellare di odio e discriminazione l’orizzonte presente che si abitua all’odio più facilmente di quanto si impegni a cercare di costruire amore e pace.
Mi sono occupata a lungo di Shoah, di testimoni e testimonianze, dell’attualità della Memoria in senso più ampio, di Storia e coscienza della Storia; ho conosciuto testimoni che hanno fatto della loro esperienza non solo testimonianza per il presente, ma voce per un cambiamento, che hanno saputo parlare dell’amore per l’altro, per ogni altro, oltre e grazie la propria drammatica esperienza.
Eppure, questa scrittura di Pahor mi ha lasciato senza fiato. Non per le cose narrate, che sono note, non per il macabro che non ho mai cercato nel mio percorso di conoscenza perché provo un rispetto enorme per la sacralità del corpo, anche se martoriato, dei milioni e più di innocenti.
Mi ha afferrato con forza lo stile della narrazione che, proprio nella sua crudezza, raggiunge i confini della più alta poesia; la sacralità delle parole diventa in questa narrazione l’azione più consapevole e concreta che mai parola possa immaginare di esprimere.
Per Pahor è un viaggio di ritorno sui luoghi della sua solitudine, ma è anche lo sguardo che esprime la consapevolezza della diversità del modo di osservare suo rispetto a quello dei visitatori comuni, salvi in ogni caso, nonostante le emozioni forti e tragiche che si trovano ad affrontare. I visitatori sono esterni, la natura stessa sembra esterna, come se la partecipazione fosse solo irreale, scandita da una voce che narra e non da un cuore che vive e arranca. Non potrebbe essere diversamente, ma non diverso potrebbe essere il contrasto tra quel contesto “pulito” e la rimembranza di chi quei campi li ha respirati nei pori della propria pelle, nelle immagini nei propri occhi, nelle urla nelle proprie orecchie e anche nelle mani che hanno toccato, talvolta rubato, altre carezzato, altre nascosto la vita e la morte che giocavano a rimpiattino mentre i cuori cessavano di battere e gli occhi di vedere.
Un libro che con consapevolezza anche dolorosa porta ai nostri giorni perché porta la storia dentro ciascuna anima, dentro ciascuna scelta, dentro ciascuna persona che scelga di non essere indifferente.
«Il male ha fagocitato le nuove cellule impregnandole col suo putrido succo», dice Pahor osservando la cura moderna per ripulire i forni, le baracche, i luoghi dell’ignominia, quasi che quel lucidarli potesse cancellare o debellare l’orrore della verità.
Riconoscersi e non riconoscere, questa, forse, la narrazione più dolorosa in questa voce. Sapere che tutto è vero, ma sapere anche che è molto di più di quello che viene illustrato e temere, anche, che ogni cosa diventi un limite alla narrazione e non una guida alla consapevolezza più profonda che è limitata dallo sguardo moderno.
«Così capisco che se volessi ridiventare degno della sua amicizia dovrei privarmi di ogni comodità e infilare di nuovo gli zoccoli della nostra miseria», afferma Pahor ricordando un suo compagno, Ivo, che non è sopravvissuto.
Tutta la narrazione è rappresentata dai corpi che, però, sono spesso descritti non come corpi vitali, ma come vestiti a strisce. Ogni “pigiama a strisce” si muove scomposto e vuoto come se fosse solo l’abito di un burattino di cui è rimasto solo quella divisa, ma che non ha più un corpo, una vita, un’anima, un nome, una dignità. Abiti smossi dal vento, piegati dal freddo, percossi dalle botte e lacerati dalle voci urlanti i comandi contraddittori e offensivi dei carcerieri.
Uomini come abiti vuoti, senza scelta, senza direzione, senza spessore se non quello rappresetnato da quelle strisce sbiadite che si confondono con lo sporco e con il sangue.
Corpi piegati il cui scricchiolio assomiglia a quello di canestri di vimini piegati dal loro contenuto e a voci vuote, senza più significato, voci smarrite che devono imparare ad odiare la lingua con cui hanno imparato a chiamare e ad amare i propri genitori.
Quanto odio è possibile nel cuore degli uomini? Tutto l’odio che, ancora oggi, riempie lo spazio vuoto di quei corpi lasciati soli e prigionieri dell’indifferenza.

This is not a review, one cannot presume to review a voice that tells its story which is the story of millions, which is the story of a senseless and unhealthy hatred that often and in various forms still affects the shores of our individual and often evil discontent. This is a reflection.
A reflection on the life that Boris Pahor tells us in his “Necropolis” (Fazi editore, 2008), on the life of which we still deteriorate the meaning, on the life that places each person in front of the truth of themselves and the choice to be made not only in the face of a dramatic event such as that of the Shoah, but of all the dramatic events that since then, with different modalities and purposes, have not ceased to dot the present horizon with hatred and discrimination, which gets used to hatred more easily than it is commitments to try to build love and peace.
I have dealt for a long time with the Shoah, with witnesses and testimonies, with the actuality of Memory in a broader sense, with History and awareness of History; I have met witnesses who have made of their experience not only testimony for the present, but a voice for a change, who have been able to speak of love for each other, for each other, as well as and thanks to their own dramatic experience.
Still, this writing by Pahor blew me away. Not for the things narrated, which are known, not for the macabre that I have never looked for in my path of knowledge because I have enormous respect for the sacredness of the body, even if tortured, of millions and more of innocents.
He firmly grasped the style of the narrative which, precisely in its crudeness, reaches the confines of the highest poetry; the sacredness of words becomes in this narration the most conscious and concrete action that words can ever imagine expressing.
For Pahor it is a return trip to the places of his solitude, but it is also the gaze that expresses the awareness of the diversity of his way of observing from that of ordinary visitors, safe in any case, despite the strong and tragic emotions that are found. to face. Visitors are external, nature itself seems external, as if participation were only unreal, marked by a voice that narrates and not a heart that lives and trudges. It could not be otherwise, but the contrast between that “clean” context and the remembrance of those who breathed them in the pores of their skin, in the images in their eyes, in the screams in their ears and even in the hands that they touched, sometimes stolen, others caressed, others hid life and death playing hide and seek while hearts stopped beating and eyes to see.
A book that with even painful awareness brings to our days because it carries the story inside each soul, inside each choice, inside each person who chooses not to be indifferent.
“Evil has swallowed up the new cells, impregnating them with its putrid juice,” says Pahor, observing the modern cure for cleaning the ovens, the barracks, the places of ignominy, as if that polishing could erase or eradicate the horror of truth.
Recognizing and not recognizing, this is perhaps the most painful narrative in this voice. Knowing that everything is true, but also knowing that it is much more than what is illustrated and also fear that everything becomes a limit to the narrative and not a guide to the deeper awareness that is limited by the modern gaze.
“So I understand that if I wanted to become worthy of his friendship again, I would have to deprive myself of all comforts and put on the clogs of our misery again,” says Pahor, recalling his companion, Ivo, who did not survive.
The whole narrative is represented by the bodies which, however, are often described not as vital bodies, but as striped clothes. Each “striped pajamas” moves sprawled and empty as if it were only the dress of a puppet of which only the uniform remains, but which no longer has a body, a life, a soul, a name, a dignity. Clothes blown by the wind, folded by the cold, beaten by the blows and torn by the screaming voices the contradictory and offensive commands of the jailers.
Men like empty clothes, without choice, without direction, without thickness except that represented by those faded stripes that mingle with dirt and blood.
Bent bodies whose creaking resembles that of wicker baskets folded by their contents and empty voices, without any more meaning, lost voices that must learn to hate the language with which they have learned to call and love their parents.
How much hate is possible in the hearts of men? All the hatred that, even today, fills the empty space of those bodies left alone and prisoners of indifference.

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