Volti nell’acqua di Janet Frame

“Volti nell’acqua” (Neri Pozza, 2013), un romanzo che è una biografia o una biografia che diventa romanzo? In realtà, entrambe le cose, poiché si tratta, sotto pseudonimo, della sua vita e dei tanti volti con cui l’ha convissuta e condivisa, ma si tratta anche di un romanzo, forse perché solo il romanzo può rendere accettabile e comprensibile tutto il dolore provato, la solitudine e la violenza della sua lunga esperienza come internata per presunta schizofrenia in un manicomio.
Janet Frame, ci restituisce nel romanzo il ritmo lento, eppure incalzante della sua esperienza, sempre uguale, eppure sempre accerchiata dal timore del peggio: il momento dell’elettroshock. Non si tratta solo della sua esperienza, sono tanti i nomi e i volti che ritornano e trovano finalmente voce nelle parole della Frame, sono tante le storie e le solitudini, è tanta la paura e l’indifferenza provata da chi, ricoverato nei nosocomi, vede solo nel nome e numero delle corsie del reparto il punto della propria condizione. Non c’è relazione medico paziente, non c’è umanità nel trattamento da parte delle infermiere che forse si trincerano nella violenza e nell’indifferenza per difendere sé stesse da tutto quel male. Le donne nei reparti non hanno più identità, sono pesi da portare e condurre fino alla fine, pupazzi con cui divertirsi anche, quando le necessità o il caso lo richiede, sono non-persone dequalificate e spogliate da ogni umanità.
Svilimento della dignità, offesa dell’umano di ciascuna persona, sensazione costante di svuotamento e di perdita di se stesse è la condizione vissuta dalla Frame e dalle donne con cui ha condiviso la stessa esperienza. Non c’è pietà, ascolto, comprensione, ma solo distanza, distacco e vilipendio nelle esperienze narrate in cui le donne internate perdono non solo la dimensione di sé stesse ma la possibilità di averne una, pur continuando ad ambire a quel giorno in cui saranno libere.
Il titolo del romanzo “Volti nell’acqua” in italiano (in lingua originale è, invece, “Trust”, non meno significativo, in realtà, un appello alla fiducia e alla domanda incessante “di chi potersi fidare e a chi potersi affidare?”) , mi ha fatto pensare, di primo acchitto, a Narciso che si riflette nell’acqua e si innamora di sé stesso fino a precipitarsi nel laghetto per seguire l’immagine di sé di cui si è invaghito. Eppure, il precipizio verso cui le protagoniste della Frame sono lanciate non è quello dell’autoincensamento, ma quello della solitudine sinistra e oscura, dai profili poco limpidi e intorpiditi più che dalla malattia reale dal trattamento anche sperimentale (la lobotomia) cui erano sottoposte. Sono volti soffocati nell’acqua, volti che si spengono dopo aver smesso di respirare il proprio respiro non per scelta, ma per la violenza dell’incomprensione che li circonda, della violazione di personalità che li disperde nell’acqua non lasciando più traccia della loro esistenza.
“Volti nell’acqua” (Neri Pozza, 2013), un libro che non è solo la vita dell’autrice, ma la vita dimenticata di troppe vittime silenziose e rimaste mute.

“Volti nell’acqua” (Neri Pozza, 2013), a novel that is a biography or a biography that becomes a novel? In reality, both, since it is, under a pseudonym, her life and the many faces with which she lived and shared it, but it is also a novel, perhaps because only the novel can make the whole thing acceptable and understandable the pain, the loneliness and violence of her long experience as an intern for alleged schizophrenia in a mental hospital.
Janet Frame, in the novel, gives us the slow, yet pressing pace of her experience, always the same, yet always surrounded by the fear of the worst: the moment of the electric shock. It is not just her experience, there are many names and faces that come back and finally find a voice in the words of the Frame, there are many stories and loneliness, there is so much fear and indifference felt by those who, hospitalized in hospitals, see the point of their condition only in the name and number of the wards of the ward. There is no doctor-patient relationship, there is no humanity in the treatment by the nurses who perhaps entrench themselves in violence and indifference to defend themselves from all that evil. The women in the wards no longer have identities, they are burdens to carry and lead to the end, puppets to have fun with even, when necessity or chance requires it, they are non-people disqualified and stripped of all humanity.
Deterioration of dignity, offense to the human being of each person, constant feeling of emptying and loss of herself is the condition experienced by Frame and by the women with whom she shared the same experience. There is no pity, listening, understanding, but only distance, detachment and contempt in the experiences narrated in which the interned women lose not only the dimension of themselves but the possibility of having one, while continuing to aspire to that day in which they will be free.
The title of the novel “Volti nell’acqua” in Italian (in the original language it is, however, “Trust”, no less significant, in reality, an appeal to trust and the incessant question “of who can you trust and who can you trust?” ), made me think, at first glance, of Narcissus who is reflected in the water and falls in love with himself until he rushes into the pond to follow the image of himself he has fallen in love with. Yet, the precipice towards which the protagonists of the Frame are thrown is not that of self-censorship, but that of sinister and dark loneliness, with profiles that are not very clear and numb more than by the actual disease from the even experimental treatment (lobotomy) to which they were subjected. They are faces suffocated in the water, faces that go out after having stopped breathing their own breath not by choice, but by the violence of the incomprehension that surrounds them, of the violation of personality that disperses them in the water, leaving no trace of theirs. existence.
“Volti nell’acqua” (Neri Pozza, 2013), a book that is not only the life of the author, but the forgotten life of too many silent and silent victims.

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