What and Who Are We leaving in the World?

What and who are we leaving in the world?
The most common question we ask ourselves is “What world are we leaving to our children?”, a fair question, not only legitimate, a question that must necessarily turn into action in order not to betray its good intentions.
I mean, realizing how much the climate is changing and not working in your own small way so that there is more care, more respect, more attention to every need of our Earth, is like talking to the wind.
Each in his own small daily reality can and must pay attention to the little things he can to safeguard life on Earth while respecting nature in the small daily gestures from energy saving to recycling and beyond.
However, and it is a “but” as big as a skyscraper, let us also ask ourselves “What children are we leaving to our world?”. It is our responsibility as adults, at any level and in any role, to raise responsible children, children who are able to be respectful, attentive, and to take care of the Earth, but, above all, of people and themselves.
“Taking care” does not mean indulging in selfishness, coercing reality so that it responds to our comforts and to all those induced needs that expel every meaning and every sense of living from thought.
“Taking care”, also taking up Herman Hesse’s thought, means taking everything, small or large, as the object and subject of our life, so that it can be made into an opportunity for love.
“Taking care”, then, means raising responsible “children” (also in a broad sense), young men and women who are aware that they have a role in their time and that they are not only the “users” or “consumers”. It means maturing in each one the sense of the perspective and of the ephemeral value of an eternity that is extinguished in the satisfaction of a personal need unrelated to the commitments and responsibilities towards others (all the others) that are our Earth.
So, let us worry about leaving our world with children capable of understanding its value, of taking charge, first together with us and then alone and together with their successors, of a life that does not end in the present moment but that takes place in it and that eternalizes and creates new dimensions.
Let’s teach our children to manifest that “homo ineditus” hidden in their depths, submerged by the din of the insult and selfishness of which they are often the first victims. Let’s show that there is the possibility of building a meaning and a destination and that every life is worthy of being lived.

Che cosa e chi stiamo lasciando al mondo?
La domanda più comune che ci poniamo è “Che mondo stiamo lasciando ai nostri figli?”, una domanda giusta, legittima, non solo, una domanda che deve trasformarsi necessariamente in azione per non tradire le sue stesse buone intenzioni.
Voglio dire, rendersi conto di quanto il clima stia cambiando e non adoperarsi nel proprio piccolo affinché ci sia più cura, più rispetto, più attenzione verso ogni necessità della nostra Terra, è come parlare al vento.
Ciascuno nel suo piccolo può e deve fare attenzione alle piccole cose che può per salvaguardare la vita sulla Terra rispettando la natura nei fatti, nei piccoli gesti quotidiani, dal risparmio energetico alla raccolta differenziata e oltre.
Però, ed è un “però” grande quanto un grattacielo, domandiamoci anche “Che figli lasciamo al nostro mondo?”. È nostra responsabilità di adulti, a qualsiasi livello e con qualsiasi ruolo, crescere dei figli responsabili, dei figli che siano in grado di essere rispettosi, attenti, e di aver cura della Terra, ma, prima ancora, delle persone e di sé stessi.
“Aver cura” non significa assecondare i propri egoismi, coercizzare la realtà affinché essa risponda ai nostri comodi e a tutti quei bisogni indotti che espellono dal pensiero ogni significato e ogni senso del vivere.
“Aver cura”, riprendendo anche il pensiero di Herman Hesse, significa prendere come oggetto e soggetto della propria vita ogni cosa, piccola o grande, affinché di essa si possa fare un’occasione di amore.
“Aver cura”, allora significa crescere “figli” (anche in senso lato) responsabili, giovani uomini e donne che siano consapevoli di aver un ruolo nel loro tempo e di non esserne soltanto “fruitori” o “consumatori”. Significa far maturare in ciascuno il senso della prospettiva e del valore effimero di una eternità che si spenga nella soddisfazione di un bisogno personale slegato dagli impegni e le responsabilità verso gli altri (tutti gli altri) che sono la nostra Terra.
Allora, preoccupiamoci di lasciare al nostro mondo dei figli capaci di comprenderne il valore, di farsi carico, prima insieme a noi e poi da soli e insieme ai loro successori, di una vita che non si esaurisce nell’attimo presente, ma che in esso si “eternizza” e crea dimensioni nuove.
Insegniamo ai nostri figli a manifestare “l’homo ineditus” nascosto nel loro profondo, sommerso dal baccano dell’insulsaggine e dell’egoismo di cui sono spesso le prime vittime. Mostriamo loro che c’è la possibilità di costruire un senso e una destinazione e che ogni vita è degna di essere vissuta.

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