Never Withdraw from Consciousness

I have often encountered violence in my life and it has often been augmented by silence.
Thus, in fact, silence allows violence, increases it and determines its spread. Why? Because the silence in the face of the violence that one suffers or that one sees others undergo, is a way to escape the questions of our conscience.
Yet, it is clear, not because we presume to ignore it violence passes, not because we get used to violence it stops hurting, not because we learn to consider violence a status that only makes victims of others we wash our hands and conscience, in fact.
No, violence generates violence and turning our gaze elsewhere or staring at it in a blind spot on our horizon does not change the situation and does not save us. Violence is violence.
I met women who, faced with the violence suffered by their husbands, by their companions, preferred to keep quiet. They believed they were saving their children, unaware of the weight and sense of guilt that on the shoulders of those beloved children were falling like a blanket that hides everything from everyone, canceling, however, their very presence, making those children suffering and invisible to themselves.
I met women harassed by their husbands and threatened with death who fought for their freedom and paid the consequences because they were left alone by the silence of others in the moment of their extreme courage and determination to fight against violence by stealing their own sons too.
I have met women abandoned by the institutions just when the complaints had made them even more vulnerable and others who are still fighting for a shred of hope in a more peaceful future that perhaps they will never know.
It is said, and it is true, that only culture can be a support for change, a culture that grows, that changes, that invites the overcoming of stereotypes and the recognition of the right to life and freedom.
Culture, however, does not change from the top of the great theories that remain distant from everyday life, cultures do not impose themselves from above with a vehement competence that does not allow for changes. Culture is never static and deserves to be cultivated, assisted, supported so that it may be able to read time and define its pace.
It is the small but intelligent, daily and constant actions that modify culture without harassing it and depriving it of its value, but making it more and more authentic because it is linked to real people and their stories.
These are the small gestures that, in a school, in a family, in the workplace, offer a different and broader view of reality, educating people to mature the difference with love and care.
I have met women and also men who believe in it, who believe in change and who in their small way, with their small gestures of open-mindedness, do not escape the novelty, but take care of it, nourish it to give voice to everyone’s right to life and choices. I have met women and men who, together, have chosen not to shirk the weight of their conscience by accepting responsibly to build change.
Just a word, a gesture, a presence that every day is more and more the sign of understanding and sharing; it is enough to abandon the presupposition of one’s own positions and effectively enter into dialogue with the other; it is enough to stop mixing the terms of each issue and to delegate to others the function of personal responsibility from which it is easy to detach oneself so as not to have problems. It takes very little to avoid escaping the imperatives and priorities of conscience
One can begin to educate through small gestures, testimonies, examples. Certainly these are not the ones who alone can solve the problems of the world, but not doing them means not only shirking responsibility, but also denying a possibility.

Ho incontrato spesso nella mia vita la violenza e spesso essa è stata incrementata dal silenzio.
È così, infatti, il silenzio consente la violenza, la accresce e ne determina la diffusione. Perché? Perché il silenzio dinanzi alla violenza che si subisce o che si vede altri subire, è un modo per sottrarsi agli interrogativi della propria coscienza.
Eppure, è chiaro, non perché facciamo finta di nulla la violenza passa, non perché ci abituiamo alla violenza essa smette di fare del male, non perché impariamo a considerare la violenza uno status essa rende vittime solo gli altri di cui ci laviamo le mani e la coscienza, appunto.
No, violenza genera violenza e voltare lo sguardo altrove o fissarlo in un punto cieco del nostro orizzonte non cambia la situazione e non ci salva. La violenza è violenza.
Ho incontrato donne che, dinanzi alla violenza subita dai mariti, dai compagni, hanno preferito tacere. Credevano di salvare i figli, ignare del peso e del senso di colpa che sulle spalle di quei figli amati stavano calando come una coltre che nasconde tutto a tutti annullando, però, la propria stessa presenza, rendendo quei figli sofferenti e invisibili a loro stessi.
Ho incontrato donne vessate dai mariti e minacciate di morte che hanno lottato per la propria libertà e ne hanno pagato le conseguenze perché lasciate sole dal silenzio degli altri proprio nell’attimo del loro estremo coraggio e della determinazione a combattere contro la violenza sottraendovi anche i propri figli.
Ho conosciuto donne abbandonate dalle istituzioni proprio quando le denunce le avevavono rese ancora più vulnerabili e altre che lottano ancora per un briciolo di speranza in un futuro più sereno che forse non conosceranno mai.
Si dice, ed è vero, che solo la cultura possa essere un sostegno al cambiamento, una cultura che cresce, che cambia, che invita al superamento degli stereotipi e al riconoscimento del diritto alla vita e alla libertà.
La cultura, però, non si cambia dall’alto delle grandi teorie che restano distanti dal quotidiano, le culture non si impongono dall’alto di una veemente competenza che non ammette mutamenti. La cultura non è mai statica e merita di essere coltivata, coadiuvata, sostenuta affinché possa essere in grado di leggere il tempo e di definirne il passo.
Sono le azioni piccole ma intelligenti, quotidiane e costanti che modificano la cultura senza vessarla e privarla del suo valore, ma rendendolo sempre più autentico perché legato alle persone reali e alle loro storie.
Sono i piccoli gesti che, in una scuola, in una famiglia, sul luogo di lavoro, offrono uno sguardo diverso e più ampio sulla realà educando le persone a maturare con amore e cura la differenza.
Ho incontrato donne e anche uomini che ci credono, che credono nel cambiamento e che nel loro piccolo, con i loro piccoli gesti di apertura mentale non si sottraggono alla novità, ma ne hanno cura, la alimentano per dare voce al diritto di ciascuno alla vita e alle scelte. Ho conosciuto donne e uomini che, insieme, hanno scelto di non sottrarsi al peso della loro conscienza accettando responsabilmente di costruire il cambiamento.
Basta una parola, un gesto, una presenza che ogni giorno sia sempre di più il segno della comprensione e della condivisione; basta abbandonare la presupponenza delle proprie posizioni ed entrare effetivamnete in dialogo con l’altro; basta smettere di mischiare i termini di ogni questione e demandare ad altri la funzione di responsabilità personale da cui è facile distaccarsi per non avere problemi. Basta poco per non sottrarsi agli imperativi e alle priorità della coscienza
Si può cominciare a educare attraverso piccoli gesti, testimonianze, esempi. Non sono questi certo quelli che da soli possono risolvere i problemi del mondo, ma non compierli significa non solo sottrarsi alla responsabilità, ma anche negare una possibilità.

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