Wish for Authenticity

There is something that we have forgotten or that we deliberately forget in our relationship with others: authenticity. It is as if we preferred the pedestal on which we went up to dictate rules and rivers of laws that we believe to be right for others, forgetting, however, that they not only apply to us, but that their authenticity is proven precisely by the fact that they also apply to us.
So, if someone passes with the red light, we are immediately ready to rail, but if we do so we practice the practice of jokes and irony to justify our transgression in a laugh (“that traffic light is useless”, for example, although only a few hours earlier we had considered it essential because someone else had transgressed the boundary).
Or, we rail against those who undergo painful and desperate journeys in an attempt to have a hope for the future, but we do everything to obtain a better future for ourselves or for our children, perhaps even by moving abroad, as has always happened, because our world, the Earth, has always been a migrant world.
There is also the case of those who rightly complain about the subordinate or “invisible” role of the fragile of the Earth, yet, they exploit those same weaknesses for their own gain as in the case of child labor or the exploitation of migrants or trafficking of women as sex slaves, or even as in the case of the market for organs on the skin of those who, even if unsolicited, are forced to sell their lives (often kidnapped, always stolen) for the profit of those who can afford to live at any cost, as long as the price to pay is the life of others and not their own.
How can we not consider the state of submission in which in some countries, with violence, women are kept, reduced to mere broodmares and, for the rest, condemned to the violence of abuse and nonexistence? But what about those countries that rightly point the finger at such abuses, but which, internally, see the number of women “made dead” grow because they disagree with male domination and choose their own freedom?
It is said that it is “a cultural fact” that needs to be changed, and it is true. Let’s not forget, however, that culture should not be changed by filling one’s mouth with good intentions that are not practical in the experience of those who preach it. Let us not forget that culture must serve to build the conditions of change in practice, everywhere, in school, of course, but also in homes, workplaces, on the street, but, first of all, within ourselves.
There is no culture if you do not live what you are talking about. The culture built in the external beauty of words is a culture that does not actually modify reality because it does not modify us.
So, instead of being ready to stand up on pedestals when the occasion offers the possibility, instead of showing ourselves ready to accuse the other of the faults we do not see in ourselves, instead of considering inappropriate what belongs to the other while in forms similar, but called by another name, we behave in the same way, let’s try to find out what we really want and how we can be authentic.
For example, if we believe in the importance of the rules that facilitate civil coexistence, let’s respect them ourselves and don’t expect others to do it, they also apply to us. If we believe in the right to work and freedom, we cannot imagine that these apply only to us, but let’s help those in the same condition we usually judge and accuse of fraud in our work. If we respect the weak, let’s not allow diversity of all kinds to turn into weaknesses to be exploited, but let’s work together so that everyone can see their right to life affirmed and respected. If we believe that certain dictatorial and violent regimes do not properly exercise power, since power is not absolute command, but the management of the common good, let’s disagree deeply, but so deeply as to recognize those same flaws in our world and prevent them from becoming acts of violence and cruel murder.
Well, we should be authentic and faithful to our authenticity. Everyone knows how to talk about the evils and faults of the other and condemn them, but seeing our own and acting to change them is another matter entirely.

C’è qualcosa che abbiamo dimenticato o che volutamente dimentichiamo nella nostra relazione con gli altri: l’autenticità. È come se prediligessimo il piedistallo su cui siamo saliti per dettare regole e fiumi di leggi che riteniamo giuste per gli altri dimenticando, però, che esse non solo valgono anche per noi, ma che la loro autenticità è provata proprio dal fatto che valgono anche per noi.
Così, se qualcuno passa con il semaforo rosso, siamo subito pronti a inveire, ma se lo facciamo noi ci esercitiamo nella pratica delle battute e dell’ironia per giustificare in una risata la nostra trasgressione («quel semaforo non serve a niente», per esempio, sebbene solo poche ore prima lo avevamo considerato fondamentale perché qualcun altro ne aveva trasgredito il confine).
Oppure, inveiamo contro quelli che si sottopongono a viaggi dolorosi e disperati nel tentativo di avere una speranza di futuro, ma facciamo di tutto per ottenere per noi stessi o per i nostri figli un futuro migliore magari anche trasferendosi all’estero, come sempre è accaduto, perché il notro mondo, la Terra, è un mondo migrante da sempre.
C’è anche il caso di chi si lamenta, a ragione, per il ruolo subalterno o “invisibile” dei fragili della Terra, eppure, sfruttano quelle stesse fragilità a proprio lucro come nel caso del lavoro minorile o dello sfruttamento dei migranti o della tratta delle donne come schiave del sesso, o anche come nel caso del mercato di organi sulla pelle di chi, anche non richiesto, è forzato a vendere la propria vita (spesso rapita, sempre rubata) per il profitto di chi può permettersi di vivere a qualsiasi costo, purché il prezzo da pagare sia la vita altrui e non la propria.
Come non considerare lo stato di sottomissione in cui in alcuni paesi, con violenza, sono tenute le donne, ridotte a mere fattrici di figli e, per il resto, condannate alla violenza del sopruso e dell’inesistenza? Che dire, però, di quei paesi che puntano, giustamente, il dito contro tali soprusi, ma che, al loro interno, vedono crescere il numero delle donne “fatte morte” perché dissentono dal dominio maschile e scelgono la propria libertà?
Si dice che sia “un fatto culturale” che vada modificato, ed è vero. Non dimentichaimo, però, che la cultura non va modificata riempiendosi la bocca di buone intenzioni che non trovano pratica nel vissuto di chi la predica. Non dimentichiamo che la cultura deve servire a costruire nella pratica le condizioni del cambiamento, ovunque, nella scuola, certo, ma anche nelle case, nei luoghi di lavoro, per strada, ma, prima di tutto, dentro sé stessi.
Non si fa cultura se non si vive ciò di cui si parla. La cultura costruita nella bellezza esterna delle parole è una cultura che non modifica, di fatto, la realtà perché non modifica sé stessi.
Allora, invece di essere pronti a erigersi su piedistalli quando l’occasione ne offre la possibilità, invece di mostrarsi pronti ad accusare l’altro delle colpe che non vediamo in noi stessi, invece di ritenere inappropriato ciò che appartiene all’altro mentre in forme similari, ma chiamate con altro nome, ci comportiamo nello stesso modo, cerchiamo di scoprire che cosa vogliamo davvero e in che modo possiamo essere autentici.
Per esempio, se credo nell’importanza delle regole che facilitano la convivenza civile, rispettiamole noi stessi e non aspettiamoci che lo facciano solo gli altri, valgono anche per noi. Se crediamo nel diritto al lavoro e alla libertà, non possiamo immaginare che questi valgano solo per noi, ma aiutiamo chi nella stessa condizione di solito giudichiamo e accusiamo di frode del nostro lavoro. Se rispettiamo i deboli, non consentiamo che le diversità di ogni tipo si trasformino in debolezze da sfruttare, ma collaboriamo affinché ciascuno possa vedere affermato e rispettato il proprio diritto alla vita. Se crediamo che certi regimi dittatoriali e violenti non esercitino propriamente il potere, poiché il potere non è il comando assoluto, ma la gestione del bene comune, dissentiamo profondamente, ma così profondamente da riconoscere quelle stesse tare nel nostro mondo e impedire che diventino atti di violenza e crudele assassinio.
Ecco, dovremmo essere autentici e fedeli alla nostra autenticità. Tutti sanno parlare dei mali e delle colpe dell’altro e condannarli, ma vedere i propri e agire per cambiarli è tutta un’altra faccenda.

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