C.S. Lewis: Diario di un dolore

C.S. Lewis è forse particolarmente noto per “Le cronache di Narnia” e per la sua amicizia discorsiva e profonda con J.R.R. Tolkien, ma sono molti gli scritti di questo autore che ne evidenziano la profondità di pensiero e intensità di sentimenti, “Le lettere di Berlicche” ne è un altro esempio eclatante.
Eppure, in questo suo libro, “Diario di un dolore” (Adelphi, 1990), Lewis offre al lettore il meglio della sua abilità introspettiva dei sentimenti e delle emozioni in grado di mettere in discussione tutto lo scibile e di ricostruire un senso alle proprie idee spiegandole e depurandole del superfluo.
“Diario di un dolore” è il racconto del suo dolore per il lutto della moglie che chiama semplicemente H. Un dolore profondo, un vuoto che apre l’abisso della solitudine per un legame che la morte sembra aver spezzato e reso irrrecuperabile.
Lewis, cerca di spiegare il dolore, lo indaga nei quattro taccuini da cui è composto il libro cercando di sviscerarlo in ogni sua forma per cercare di spiegarselo e di trovare delle motivazioni e un significato a un dolore così profondo che lo porta a mettere in discussione la sua fede in Dio.
Lewis era un fervente cristiano anglicano che si è sempre presentato come “scrittore cristiano”, evidentissimi segni di questo sono proprio ne “Le cronache di Narnia ” dove, per esempio, il primo libro è una riproduzione della creazione del mondo e anche ne “Le lettere di Berlicche” dove il protagonista è un diavolo anziano che istruisce uno più giovane sulla tentazione.
In “Diario di un dolore” Lewis si interroga sulla bontà o cattiveria di Dio per imporre un dolore così profondo a due innamorati, il dolore della separazione eterna di due persone che proprio dell’amore e di Dio avevano fatto il centro della propria esistenza.Il che appare comeuna contraddizione, punire chi si ama separandolo. Nel flusso del suo pensiero, lentamente, opererà una riconciliazione con Dio e con il significato della vita e della morte.
Infatti, man mano che affronta il suo dolore, Lewis prova il vuoto e il pieno, la nostalgia e la dimenticanza, il timore di soffrire solo per sé stesso, per la sua condizione di abbandono e non per il dolore dell’amata morta di cancro dopo lunghe e atroci sofferenze.
Molto interessante è la sua riflessione sulla sofferenza della mente e su quella del corpo, dove la prima trova momenti di riposo e ambisce a un superamento, la seconda è costante e ineluttabile.
Nell’alternanza continua dei suoi moti d’animo, Lewis individua quanto «l’afflizione non è uno stato ma un processo» che subisce cambiamenti e variazioni e che solo nella riconciliazione con il senso della continuità della propria vita potrà essere possibile una riconciliazione anche con la separazione della morte.
Più si ama, più forte è il vuoto che si prova, ma spesso quel dolore è solo una sofferenza per sé stessi che, in realtà, cancella la memoria di chi si ama che si trasforma in un’idea, la nostra idea della persona, ma non la persona che davvero era esistita.
Per chi piangiamo, allora? Per noi o per chi si è separato da noi? Chi dice che il dolore del vuoto appartenga solo a chi resta? C’è forse un vuoto della separazione più forte in quelli che muoiono che sentono di morire non solo fisicamente, ma nella memoria di chi non sa ricordare, ma costruisce il ricordo in misura alla propria mancanza.
Lewis, al termine dei suoi taccuini, indica una direzione perseguibile lungo la quale chi resta e chi muore possano effettivamente riconciliarsi e ricongiungersi: «non amare l’idea della persona, ma la persona».
“Diario di un dolore” (Adelphi, 1990), un libro tenero e profondo, un libro che scombussola e riordina, un libro che interroga sul senso del dolore e sul suo essere una via per la vita.

C.S. Lewis is perhaps best known for “The Chronicles of Narnia” and for his discursive and deep friendship with J.R.R. Tolkien, but there are many writings by this author that highlight his depth of thought and intensity of feelings, “Berlicche’s Letters” is another striking example.
Yet, in this book of his, “Diario di un dolore” (Adelphi, 1990), Lewis offers the reader the best of his introspective ability of feelings and emotions capable of questioning all knowledge and reconstructing a sense of his own. ideas explaining them and purifying them of the superfluous.
“Diario di un dolore” is the story of his pain for the mourning of his wife whom he simply calls H. A deep pain, a void that opens the abyss of loneliness for a bond that death seems to have broken and made irretrievable.
Lewis, tries to explain the pain, investigates it in the four notebooks from which the book is composed, trying to dissect it in all its forms to try to explain it and find reasons and meaning to a pain so deep that it leads him to question his faith in God.
Lewis was a fervent Anglican Christian who has always presented himself as a “Christian writer”, very evident signs of this are precisely in “The Chronicles of Narnia” where, for example, the first book is a reproduction of the creation of the world and also in “The Berlicche’s letters “where the protagonist is an elderly devil who instructs a younger one on temptation.
In “Diario di un dolore” Lewis asks himself about the goodness or evil of God to impose such deep pain on two lovers, the pain of the eternal separation of two people who had made love and God the center of their existence. Which appears to be a contradiction, punishing those you love by separating them. In the flow of his thought, slowly, he will work a reconciliation with God and with the meaning of life and death.
In fact, as he faces his pain, Lewis feels emptiness and fullness, nostalgia and forgetfulness, the fear of suffering only for himself, for his condition of abandonment and not for the pain of his beloved who died of cancer. after long and atrocious sufferings.
Very interesting is his reflection on the suffering of the mind and on that of the body, where the first finds moments of rest and aims to overcome, the second is constant and ineluctable.
In the continuous alternation of his moods, Lewis identifies how “affliction is not a state but a process” that undergoes changes and variations and that only in reconciliation with the sense of the continuity of one’s life can reconciliation be possible even with the separation of death.
The more you love, the stronger the emptiness you feel, but often that pain is just a suffering for oneself which, in reality, erases the memory of the one you love which turns into an idea, our idea of ​​the person, but not the person who really existed.
Who do we cry for then? For us or for those who separated from us? Who says that the pain of emptiness belongs only to those who remain? There is perhaps a void of separation that is stronger in those who die who feel they are dying not only physically, but in the memory of those who cannot remember, but who build the memory to the extent of their own lack.
Lewis, at the end of his notebooks, indicates a viable direction along which those who remain and those who die can effectively reconcile and reunite: “not to love the idea of ​​the person, but the person”.
“Diario di un dolore” (Adelphi, 1990), a tender and profound book, a book that upsets and rearranges, a book that questions the meaning of pain and its being a way to life.

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