Z.Bauman e A. Portera: Education and Intercultural Identity

“Education and Intercultural Identity” ( Routledge, 2021) è un breve saggio che include il dialogo tra Zygmunt Bauman e Agostino Portera su un tema di attualità, l’intercultura e l’identità, appunto, quali beneficio della società comprensibile solo e grazie l’istruzione e la formazione. Il saggio si apre con l’attenta introduzione di Riccardo Mazzeo che non solo esprime la sua opinione sul valore della formazione in tutti i settori della vita e anche in quello dell’intercultura, ma sembra mettere insieme e collegare le idee del “maestro” Bauman e dello studioso Portera che, pur non coincidendo completamente nelle modalità di applicazione, convergono verso lo stesso punto: lavorare sulle persone affinchè non sentano l’altro come differenza da temere ed escludere, ma come occasione di armonia e maturazione.
Il libro, è diviso in quattro capitoli essenziali più l’introduzione e le conclusioni del Portera che, così come dovrebbe essere il processo di interculturizzazione, non si limita a mettere insieme le voci rappresentate, ma le interseca in modo che diventino una potente voce nuova che ispiri la strada di un cambiamento armonico verso una società effettivamente “plurale” e “multipla”. Credo che il tema trattato sia oggi di particolare fondamento. Lo è stato sempre, in realtà, ma oggi che la storia ci presenta nuove migrazioni di tipo e origine diversa, la valutazione del significato del confine come “agio” geografico e non come “imperativo” umano, mi appare quanto mai essenziale.
C’è una definizione, alla base di questo discorso che, credo, vada ben sottolineata poiché le parole hanno un valore che può essere confuso e mistificato se non usate con correttezza e chiarezza. Spesso, quando si parla di culture che si incontrano, vengono usati due termini, multicultura e intercultura. Per quanto sempre di culture differenti si tratti, è bene distinguere, grazie ai prefissi multi- e inter-, il significato differente che i due termini assumono e che definisce la relazione di profondità che si instaura oppure no nella diversità.
Società multiculturale sottintende una società che è consapevole della presenza al suo interno di differenti culture, ma a ciascuna è attribuito il suo posto e le debite distanze; società interculturale, invece, è una società in cui tutte le differenze non si incrociano e sfiorano soltanto, ma si amalgano e influenzano reciprocamente creando una cultura nuova, multi sfaccettata, resa più aperta dalle molteplici identificazioni che si incontrano ed entrano in relazione.
È come se avessimo tutti gli ingredienti per fare una torta… bene, l’atteggiamento multiculturale lascia che tali ingredienti facciano bella mostra di sé nella credenza, quello interculturale li miscela insieme affinché sia possibile dare forma al sapore che dà gusto alla vita.
Come spiega Mazzeo nella sua introduzione unificando il pensiero dei due dialoganti (Bauman e Portera), la condizione di migrazione consente una conoscenza piena della natura dell’altro non solo attraverso la conoscenza, ma attraverso l’incarnazione della condizione dell’altro. È così che la misura economica potrebbe non essere più, come invece è, anche misura umana e del diritto. Solo l’educazione come istruzione ma soprattutto formazione può rendere possibile superare il deficit di senso e insegnare a investire sulla persona umana in quanto portatrice di valori interculturali e non di profitto economico.
Di grande interesse è l’attenzione alla modalità con cui considerare la realtà, se con atteggiamento pessimista (come è più incline Bauman e lo stesso Mazzeo cui umilmente mi unisco), oppure più ottimista.
Premesso che i due atteggiamenti non si negano a vicenda e che non è male considerare i risultati positivi, è indubbio che solo focalizzando l’attenzione su quelli negativi è possibile metterli in evidenza e operare un cambiamento. Ci troviamo, quindi, dinanzi a due modalità diverse che potrei definire come il pessimismo del sociologo e l’ottimismo dell’educatore, ma non si tratta di atteggiamenti opposti ma convergenti poiché entrambi tendono all’educazione al miglioramento della realtà. È indubbio, in ogni caso, il valore della distopia nell’abilità narrativa, poichè grazie alla distopia è possibile costruire sulla consapevolezza dei rischi e dei mali.
Nel primo capitolo sui rischi e le sfide della globalizzazione e del pluralismo culturale, entrambi gli autori definiscono i processi culturali come come processi, appunto, cioè identità in crescita, in movimento e assolutamente non statiche. Bauman parla anche di una “hurried culture”, una cultura in cui, cioè, «viviamo in un tempo non lineare, non circolare, ma divisionista», un tempo che configura ogni rischio come un’opportunità. Ne consegue che il multiculturalismo assume due aspetti, quello di ostentazione delle differenze che trasmette valori di distanza, e quello più forte che non consente una politica delle differenze, ma una di unificazione nella differenza. Nel secondo capitolo sul pluralismo religioso, gli autori si confrontano sul tema delle ingiustizie sociali dovute a differenze di ordine spirituale che conduce a condotte di vita differenti.
Entrambi concordano nell’inevitabilità della difficoltà, ma anche della possibilità di sviluppare consapevolezza che se è vero che le differenze possono provocare contrasti sulle interpretazioni e ingiustizie sulle modalità di applicazione, è vero anche che ciascuno ha la possibilità di modificare le situazioni e le condizioni che provocano rottura in modo da non ritrovarsi in un mondo la cui gestione sia l’anarchia assoluta o la dittatura assoluta, poiché entrambe le situazioni portano alla perdita di tutti i valori, da una parte e dall’altra. «La pace, infatti, non si fonda soltanto sul rispetto dei diritti umani, ma anche sul rispetto dei diritti delle persone», come ebbe a dire Papa Francesco.
Il terzo capitolo è dedicato all’inquinamento e al rischio di estinzione delle specie. È necessario, riguardo un tema così complesso ma attuale, che ogni persona giunga a una consapevolezza personale e individuale oltre che collettiva dei rischi ma anche delle modalità che possono sponsorizzare una risoluzione. La coscienza collettiva, però, non può essere solo una teoria nei propositi, ma deve assumersi la responsabilità di diventare azione collettiva cercando di evitare, come dice Bauman che «le catastrofi arrivino per riconoscerle e ammetterne l’arrivo”.
Il quarto e ultimo capitolo affronta il tema dell’identità e della glocalizzazione, cioè della diffusione su scala mondiale di idee e stili propriamente locali grazie ai nuovi mezzi di comunicazione online. L’effetto della glocalizzazione, come si può facilmente comprendere, è duplice. Da una parte la faciltà di diffusione nel mondo amplia gli orizzonti, ma dall’altra, nel cattivo uso di tali forme di comunicazione, è evidente anche il rischio della finzione e della manipolazione delle idee.
Bauman suggerisce che invece di parlare di identità come di qualcosa di consolidato, bisognerebbe parlare di processo di identificazione, di processi, cioè, che sono in interazione continua con la società reale di cui poi i mezzi di comunicazione diventano amplificatori. La convinzione principale, insomma, è che nella società, nella nostra realtà concreta o in quella “glocalizzata”, siamo e restiamo esseri in divenire, non spettatori, ma partecipanti, cioè persone che assumono un ruolo, una parte, e di essa dobbiamo essere consapevoli e responsabili.
“Education and Intecultural Identity” (Routledge, 2021) di Z. Bauman e A. Portera, con saggio introduttivo di R. Mazzeo è un libro ricco di spunti che aiuta a comprendere quale parte assumere e come realizzarla in un mondo che, fortunatamente, sempre più si mostra nella ricchezza e pluralità delle sue dimensioni.

“Education and Intercultural Identity” (Routledge, 2021) is a short essay that includes the dialogue between Zygmunt Bauman and Agostino Portera on a topical issue, interculture and identity, in fact, as a benefit to society that can be understood only and thanks to the education and training. The essay opens with the careful introduction by Riccardo Mazzeo who not only expresses his opinion on the value of education in all areas of life and also in that of interculture, but seems to bring together and connect the ideas of the “master” Bauman and of the scholar Portera who, although not completely coinciding in the methods of application, converge towards the same point: working on people so that they do not feel the other as a difference to be feared and excluded, but as an opportunity for harmony and maturation.
The book is divided into four essential chapters plus the introduction and conclusions of Portera which, as the process of interculturalization should be, is not limited to putting together the voices represented, but intersects them in such a way that become a powerful new voice that inspires the path of a harmonious change towards a truly “plural” and “multiple” society. I believe that the subject dealt with today is of particular foundation. It has always been, in reality, but today, when history presents us with new migrations of different types and origins, the evaluation of the meaning of the border as a geographical “ease” and not as a human “imperative” appears to me as essential.
There is a definition at the base of this discourse which, I believe, should be well underlined since the words have a value that can be confused and mystified if not used correctly and clearly. Often, when it comes to cultures that meet, two terms are used, multiculture and interculture. Even though they are always different cultures, it is good to distinguish, thanks to the prefixes multi- and inter-, the different meaning that the two terms assume and that defines the relationship of depth that is established in diversity.
Multicultural society implies a society that is aware of the presence within it of different cultures, but each is given its place and due distances; an intercultural society, on the other hand, is a society in which all differences do not only intersect and touch, but blend and mutually influence each other, creating a new, multi-faceted culture, made more open by the multiple identifications that meet and enter into relationship.
It is as if we have all the ingredients to make a cake … well, the multicultural attitude lets these ingredients show off in the cupboard, the intercultural one mixes them together so that it is possible to give shape to the flavor that gives taste to life .
As Mazzeo explains in his introduction by unifying the thought of the two dialogues (Bauman and Portera), the condition of migration allows a full knowledge of the nature of the other not only through knowledge, but through the embodiment of the condition of the other. This is how the economic measure may no longer be, as it is, also a human and legal measure. Only education as formation but above all training can make it possible to overcome the deficit of meaning and teach how to invest in the human person as the bearer of intercultural values ​​and not economic profit.
Of great interest is the attention to the way in which to consider reality, whether with a pessimistic attitude (as Bauman and Mazzeo himself is more inclined and which I humbly share), or more optimistic.
Given that the two attitudes do not negate each other and that it is not bad to consider the positive results, there is no doubt that only by focusing attention on the negative ones it is possible to highlight them and make a change. We are therefore faced with two different modalities that I could define as the pessimism of the sociologist and the optimism of the educator, but they are not opposed but convergent attitudes since both tend towards education towards the improvement of reality. In any case, the value of dystopia in narrative skill is undoubted, since thanks to dystopia it is possible to build on the awareness of risks and evils.
In the first chapter on the risks and challenges of globalization and cultural pluralism, both authors define cultural processes as processes, that is, identities that are growing, moving and absolutely not static. Bauman also speaks of a “hurried culture”, a culture in which, that is, “we live in a time that is not linear, not circular, but divisionist”, a time that configures every risk as an opportunity. It follows that multiculturalism assumes two aspects, that of ostentation of differences that transmits values ​​of distance, and that stronger that does not allow a politics of differences, but one of unification in difference. In the second chapter on religious pluralism, the authors discuss the issue of social injustices due to differences of a spiritual nature that lead to different life behaviors.
Both agree in the inevitability of the difficulty, but also in the possibility of developing awareness that if it is true that differences can cause conflicts on interpretations and injustices on the methods of application, it is also true that everyone has the possibility to modify the situations and conditions that they cause rupture so as not to find oneself in a world whose management is absolute anarchy or absolute dictatorship, since both situations lead to the loss of all values, on both sides. “Peace, in fact, is not based only on respect for human rights, but also on respect for the rights of people”, as Pope Francis said.
The third chapter is dedicated to pollution and the risk of extinction of species. Regarding such a complex but current issue, it is necessary for each person to reach a personal and individual awareness as well as a collective awareness of the risks but also of the ways that can sponsor a resolution. The collective conscience, however, cannot be only a theory in the purposes, but must assume the responsibility of becoming collective action trying to avoid, as Bauman says, that “catastrophes come to recognize them and admit their arrival”.
The fourth and last chapter deals with the theme of identity and glocalization, that is the diffusion on a world scale of truly local ideas and styles thanks to the new online means of communication. The effect of glocalization, as can be easily understood, is twofold. On the one hand, the ease of diffusion in the world broadens horizons, but on the other hand, in the misuse of these forms of communication, there is also the risk of fiction and manipulation of ideas.
Bauman suggests that instead of speaking of identity as something consolidated, we should speak of a process of identification, of processes, that is, which are in continuous interaction with the real society of which the means of communication then become amplifiers. The main conviction, in short, is that in society, in our concrete or “glocalized” reality, we are and remain beings in the making, not spectators, but participants, that is, people who take on a role, a part, and we must be aware and responsible.
“Education and Intecultural Identity” (Routledge, 2021) by Z. Bauman and A. Portera, with an introductory essay by R. Mazzeo, is a book full of ideas that helps to understand what part to take and how to realize it in a world that, fortunately, it shows itself more and more in the richness and plurality of its dimensions.

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