Lost in Forgetfulness

You stood there, motionless, for 35 minutes. I went out to the balcony over and over to shake the dust off the mop and each time you were there, in the same position, not an inch ahead or back.
I immediately realized you were drunk, I moved a little further down the balcony because I didn’t want the dust to get on you, yet I don’t think you would have noticed.
The third time, I stopped to watch you. You didn’t stagger, you didn’t swear, you didn’t throw up, none of the things I could have expected from you, but you just stood still.
The backpack on the shoulders, a green hat with a visor well fitted on the head, the curly and dark hair that from up here looked more like a tangle of brambles than hair, the hands reddened who knows if from the cold or from the itch. You stood there, motionless.
Looking down, a miracle, it seemed to me that you did not tip over to the ground like a vase overturned by the tumult of the wind.
I went back to finish my business in that room and then went out again, perhaps to make sure you were gone. But no, you were there, always in the same position.
The feet, in those sneakers so dirty and torn so that I could not distinguish their original color, were a little spread as if I wanted to avoid stepping on something, but perhaps there was nothing to step on but that black asphalt and ruined that attracted your attention in a specific point.
I was afraid to see you at any moment collapse to the ground and end up crushed by one of those cars that buzzed around you between the screeching of brakes and the curses of the drivers frightened by the sudden obstacle behind the turn in a place where there should be nothing but road. Yet, no one stopped and you, undeterred and tenacious, continued to remain motionless.
From the top of my sixth floor I started calling you, I wanted you to get off the street, I wanted to know if you needed help. Don’t laugh, “Sir, sir”, I kept saying loudly, but the firm voice of my tone returned only to me, like a boomerang who, having reached the goal, had no other task than to go back, perhaps empty-handed, certainly without me. having been listened to.
Nothing was my voice, the stupid name I was trying to get your attention by. Who ever called you that? Or, how long hasn’t anyone called you “sir?”
Your answer is the silence and the gaze fixed on that same point, as if the crust of the crumbling asphalt was opening a precipice just for you invisible to anyone else. Or, who knows, you swam in the ocean of your dreams and danced with your memories, good or bad, however a time to be reckoned with.
Finally, 35 minutes after I saw you for the first time, you closed your feet, as if the emptiness had been filled or the street had suddenly reappeared where before there was nothing but emptiness. Slowly, without a word, without misunderstanding, without looking up or emitting a sound, you moved, you turned the corner and I lost you.
Who knows, maybe your precispizio is also mine and that of all those who laugh indifferently, we just don’t realize it.
No, please, don’t waste your breath on useless jokes. That’s a man and he’s worth a lot more.

Sei rimasto lì, immobile, per 35 minuti. Sono uscita più e più volte fuori al balcone per scuotere dallo straccio la polvere e ogni volta eri lì, nella stessa posizione, non un centimetro più avanti né uno più indietro.
Subito ho capito che eri ubriaco, mi sono spostata un po’ più in fondo al balcone perché non volevo che la polvere potessi finirti addosso, eppure credo che non te ne saresti accorto.
La terza volta, mi sono fermata a osservarti. Non barcollavi, non imprecavi, non vomitavi, nulla di tutto ciò che mi sarei potuta aspettare da te, ma tu, semplicemente stavi immobile.
Lo zainetto sulle spalle, un cappello verde con visiera ben calzato sulla testa, i capelli ricci e scuri che da quassù sembravano più un groviglio di rovi che capelli, le mani arrossate chissà se per il freddo o per il prurito. Restavi lì, immobile.
Lo sguardo basso, un miracolo mi sembrava che tu non ti rovesciassi a terra come un vaso capovolto dal tumulto del vento.
Sono rientrata per concludere le mie faccende in quella stanza e, poi, sono uscita di nuovo, forse per accertarmi che tu fossi andato via. Ma no, tu eri là, sempre nella stessa posizione.
I piedi, in quelle scarpe di ginnastica sporche e lacere tanto da non riuscire a distinguerne il colore originale, erano un po’ allargati come se volessi evitare di calpestare qualcosa, ma forse non c’era niente da calpestare se non quell’asfalto nero e rovinato che attraeva la tua attenzione in un punto preciso.
Ho avuto paura di vederti da un momento all’altro accasciarti al suolo e finire schiacciato da una di quelle macchine che ti ronzavano attorno tra lo stridio di freni e le imprecazioni degli autisti spaventati dall’improvviso ostacolo dietro la svolta in un luogo in cui non dovrebbe esserci altro che strada. Eppure, nessuno si è fermato e tu, imperterrito e tenace hai continuato a restare immobile.
Dall’alto del mio sesto piano ho cominciato a chiamarti, volevo che ti togliessi dalla strada, volevo sapere se avevi bisogno di aiuto. Non ridete, «Signore, signore», continuavo a dire forte, ma la voce decisa del mio tono ritornava solo a me, come un boomerang che raggiunta la meta non avesse altro compito che tornare indietro, forse a mani vuote, a me certamente senza essere stata ascoltata.
Nulla era la mia voce, stupido l’appellativo con cui cercavo di richiamare la tua attenzione. Chi mai ti aveva chiamato così? Oppure, da quanto tempo qualcuno non ti chiamava “signore?”.
La tua risposta il silenzio e lo sguardo fisso in quello stesso punto, come se la crosta dell’asfalto che si sfalda stesse aprendo solo per te un precipizio invisibile a chiunque altro. Oppure, chissà, nuotavi nell’oceano dei tuoi sogni e danzavi con le tue memorie, belle o brutte che fossero, comunque un tempo con cui fare i conti.
Infine, dopo 35 minuti da quando ti ho visto per la prima volta, hai chiuso i piedi, come se il vuoto fosse stato riempito o la strada fosse improvvisamente ricomparsa dove prima non c’era che il vuoto. Lentamente, senza una parola, senza incespicare, senza alzare lo sguardo o emettere un suono, ti sei mosso, hai svoltato l’angolo e ti ho perduto.
Chissà, forse il tuo precipizio è anche il mio e di tutti quelli che ridono indifferenti, solo che noi non ce ne accorgiamo.
No, per piacere, non sprecate fiato in inutili battute. Quello è un uomo e vale molto di più.

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