Light and Dark

Yesterday I was talking to a friend of mine who told me with a sense of profound serenity not to love or use dark “gray” colors. I smiled and listened to her truth, but I perceived how different mine was, unable to do without dark tones, indeed, preferring them to light, evident, luminous ones, which seem to want to steal the show while the dark ones better delineate their profiles.
Ways of thinking and seeing, observing and looking at reality, certainly the result of different experiences and different researches, but which do not change the destination of each human research if it has as its goal themselves together with others and not themselves alone.
That’s right, I don’t like the light, I prefer the dark. This does not mean that there is no light inside me, but only that the need prevails to grasp different perspectives, less common, perhaps, but strong as every experience of my life can be.
Dark colors, compared to light ones, do not change the profiles, but give them depth making them sharper. In the dark we notice the smallest light, the one we would never be able to see in the full light; in the dark you can hear the panting of that life that struggles to show itself, panting not for haste, but for fear of getting lost in the vain tumult of the ephemeral clang that runs through the daily life often insensitive to the truth. In the dark you perceive that longing for life that hides and hides so much of yourself and others to make yourself unrecognizable and avoid being abandoned again.
It is true, the darkness can often do more harm because it prevails in its power to reunite with the essence; at other times it can cause pain as darkness can translate into silence and silence into solitude for those who fear being alone with themselves and do not hope for that intense moment as an opportunity for a reunion with their own deep self, unique able to teach the meekness and joy of the other’s gaze not as “chance” but as the truth of the encounter, the only one that can make less impermeable the other’s pain and loneliness.
There is no doubt that colors and light offer themselves with their bewitching charm to give beauty, clarity, harmony, yet, when in the dark I can distinguish the real contours and benefit from the good and the evil, the beautiful and the ugly of living without only existing, that is the moment in which I best perceive that I am part of this sequence of breaths that perhaps pant in listening, but do not stop for this to listen; breaths that suffer in observing the lost gaze of those who do not find themselves, but who do not fear that suffering and who in the shared pain, with a mild and serene voice, still knows how to recognize beauty, light and darkness and thanks to them to enjoy of each caress and build hope.

Ieri parlavo con un’amica che mi diceva con un senso di profonda serenità di non amare né usare i colori “bigi”, cupi. Io sorridevo e ascoltavo la sua verità, ma percepivo quanto fosse diversa la mia, incapace di fare a meno dei toni scuri, anzi, preferendoli a quelli chiari, evidenti, luminosi, che sembrano voler rubare la scena mentre quelli scuri ne delineano meglio i contorni.
Modi di pensare e di vedere, di osservare e guardare la realtà frutto certamente di esperienze diverse e di ricerche diverse, ma che non cambiano la destinazione di ciascuna ricerca umana se essa ha come fine sé stessi insieme agli altri e non sé stessi soltanto.
È proprio così, non amo la luce, preferisco il buio. Questo non significa che non vi sia luce dentro di me, ma solo che prevale il bisogno di cogliere prospettive diverse, meno comuni, forse, ma forti come forte sa essere ogni esperienza della mia vita.
I colori scuri, rispetto a quelli chiari, non modificano i contorni, ma danno loro profondità nel renderli più nitidi. Al buio ci si accorge della più piccola luce, quella che nel chiarore non saremmo mai capaci di scorgere; al buio puoi sentire l’ansimare di quella vita che stenta a mostrarsi, che ansima non per la fretta, ma per il timore di perdersi nel tumulto vano dell’effimero clangore che percorre il quotidiano spesso insensibile alla verità. Al buio percepisci quell’anelito alla vita che si nasconde e occulta tanta parte di sé e degli altri per rendersi irriconoscibile ed evitare di essere ancora abbandonato.
È vero, il buio tante volte può fare più male perché è prevaricante nel suo potere di ricongiungere con l’essenza; altre volte può provocare dolore poiché l’oscurità può tradursi in silenzio e il silenzio in solitudine per coloro che temono di restare soli con sé stessi e non sperano in quell’attimo intenso come occasione di un ricongiungimento con il proprio io profondo, unico in grado di insegnare la mitezza e la gioia dello sguardo dell’altro non come “caso” ma come verità dell’incontro, l’unico che può rendere meno impermeabili al dolore dell’altro e alla sua solitudine.
Non vi è dubbio che i colori e la luce si offrano con il loro fascino ammaliante per donare bellezza, lucidità, armonia, eppure, quando al buio riesco a distinguere i contorni reali e a beneficiare del bene e del male, del bello e del brutto del vivere senza esistere soltanto, quello è il momento in cui meglio percepisco di essere parte di questa sequenza di respiri che magari ansimano nell’ascolto, ma non smettono per questo di ascoltare; respiri che soffrono nell’osservare lo sguardo perso di chi non ritrova sé stesso, ma che non teme quella sofferenza e che nel dolore condiviso, con voce mite e serena, sa ancora riconoscere la bellezza, la luce e il buio e grazie a essi godere di ogni carezza e costruire la speranza.

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