The Role of the Intellectual

Everyone talking, judging things that are not known; ignorant stalks who promote nonsense just to say one thing, whatever.
I wonder what can be done to really help, about how to highlight the evils by looking for the possibility of a good, but I find myself alone in this research and, while I listen to the know-it-alls, all gossip and no conscience, the people suffer and die and I am left alone to watch.
The intellectual is a person who takes sides, Gramsci would say, a person who, like everyone else, is both “homo faber” and “homo sapiens”, but who, unlike the others, actively takes a position to build a change.
Not because the intellectual is superior to others he becomes the voice and guide, but because that is the active part of him, his being “homo faber”.
The active part of the intellectual, that is, his being “homo faber” must push him to take charge of society and change, especially when objective or subjective confusion, whether intentional or unequal, prevents him from generating truth and freedom.
If an intellectual fails in his mission, the whole community pays the consequences of the silence and the lack of meaning that the intellectual has left behind him, but if the community does not support and sustain its intellectuals who risk their lives, there is no way towards that those voices can thunder, involve and upset, shake and build the good in favor of the good.
That “What shall we do, then?” of Lev Tolstoy, then becomes a question that no one can avoid, a duty that everyone has to find an answer to. No one can be satisfied with just watching, no one can feel satisfied for having offered their emotion in front of the horror, no one is excluded from what happens in any part of the world where it happens.
I wonder and ask myself “What shall we do, then?”, I don’t know exactly, but let’s unite, let’s talk not because under the influence of emotion, but because we are aware of the need for justice and freedom.

Tutti a parlare, giudicare di cose che non si conoscono; impettiti ignoranti che promuovono il non-sense pur di dire una cosa, una qualsiasi.
Mi interrogo su che cosa si possa fare per aiutare davvero, su come mettere in evidenza i mali cercando anche la possibilità di un bene, ma mi ritrovo sola in questa ricerca e, mentre ascolto i saputelli di turno, tutti chiacchiere e niente coscienza, la gente soffre e muore e io stessa resto solo a guardare.
L’intellettuale è una persona che si schiera, direbbe Gramsci, una persona che, come tutti, è sia “homo faber” sia “homo sapiens”, ma che, a differenza degli altri, prende fattivamente posizione per costruire il cambiamento.
Non perchè sia superiore agli altri l’intellettuale si fa voce e guida, ma perché quella è la sua parte attiva, il suo essere “homo faber”.
La parte attiva dell’intellettuale, cioè il suo essere “homo faber” deve spingerlo a prendersi carico della società e del mutamento, soprattutto quando la confusione oggettiva o soggettiva, voluta o sperequata, impedisce di generare verità e libertà.
Se un intellettuale manca alla sua missione, l’intera comunità paga le conseguenze del silenzio e del vuoto di senso che l’intellettuale ha lasciato alle sue spalle, ma se la comunità non appoggia e sostiene i suoi intellettuali che rischiano la vita, non c’è verso che quelle voci possano tuonare, coinvolgere e sconvolgere, scuotere e costruire il bene a favore del bene.
Quel “Che fare, dunque?” di Lev Tolstoj, diventa allora una domanda cui nessuno può sottrarsi, un dovere che ciascuno ha di trovare una risposta. Nessuno può accontentarsi di stare a guardare, nessuno può sentirsi soddisfatto per aver offerto la propria emozione di fronte all’orrore, nessuno è escluso da quello che accade in qualsiasi parte del mondo accada.
Mi interrogo e mi chiedo “Che fare, dunque?”, non so di preciso, ma uniamoci, parliamo non perché sotto l’influsso dell’emozione, ma perché coscienti del bisogno di giustizia e libertà.

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