My Freedom Isn’t If Yours Isn’t

A deep melancholy assails me for what is happening in the world, and not from now. Not only in Kabul and Afghanistan, but in Haiti, although the earthquake is a natural catastrophe, but it is a catastrophe that adds to the catastrophes caused by the world, all over the world, except for no one.
I am saddened by the condition of countries where freedom is lacking, but also that of those countries that pretend to be free. Yes, we pretend, since this is precisely the question: in our presumption of freedom, are we truly free?
And I am not talking about vaccines or green passes, which I consider a moral obligation towards others and towards oneself, but I am talking about true freedom, the human one, the one in which each one can recognize the other and his freedom and therefore be effectively free. I speak of freedom that deals with the good and not differences in a discriminatory or judgmental sense; of that freedom that is built together from within and without imposition and presumption of being the best.
I am speaking of that freedom which makes one capable of recognizing oneself as guilty, in error, and of being able to find human solutions to provide for the instability created. I am speaking of that freedom which does not know or recognize sectarian boundaries and which does not promote superiority. I speak of that freedom that knows what it is “ashamed”, and that knows how to discern between feeling ashamed for the acts performed without discharging the shame as a responsibility of those who have suffered them. I am talking about that freedom that knows how to admire the beauty that surrounds us and that to provide instead of increasing the turmoil of war and the acid violence that takes possession of everything and destroys everything.
I am talking about that freedom that is built in people and with people, which knows no prejudices and which does not work through scandal and offense. I am speaking of that freedom which knows how to recognize humanity and which knows how to give it smiles of love.
Are they just dreams? Where are the people from all over the world with whom to build hope, with whom to reason about humanity, with whom to deal with creation and creatures in a dimension of collective embrace of life?
I look around, I see the beauties of my city, of which I also know the ugliness, I look at the images of the photos of the world in which there are as many beauties and as many ugliness and I wonder where human beings are, where lies the will to build against that of destroying, where that intelligence sleeps that from one side of the globe to the other is able to provide everyone with the possibility of a life and a fearless smile.
Where are we, where are we, where do we want to go?
The melancholy does not disappear and while I imagine the beauty that exists and that seems invisible to most, tears of pain mark my face. I cannot think about my freedom without yours:my freedom isn’t if yours isn’t.

Mi assale una profonda malinconia per quello che sta accadendo nel mondo, e non da ora. Non solo a Kabul e in Afghanistan, ma ad Haiti, sebbene il terremoto sia una catastrofe naturale, ma è una catastrofe che si somma alle catastrofi provocate dal mondo, di tutto il mondo, fatto salvo nessuno.
Mi immalinconisce la condizione dei paesi in cui manca la libertà, ma anche quella di quei paesi che si fingono liberi. Sì, si finge, poiché è proprio questa la domanda: nella nostra presunzione di libertà, siamo veramente liberi?
E non parlo di vaccini o di green pass, che considero un obbligo morale verso gli altri e verso sé stessi, ma parlo della libertà vera, quella umana, quella in cui ciascuno possa riconoscere l’altro e la sua libertà e per questo essere effettivamente libero. Parlo della libertà che si occupa del bene e non delle differenze in senso discriminatorio o giudicante; di quella libertà che si costruisce insieme dall’interno e senza imposizione e presunzione di essere i migliori.
Parlo di quella libertà che rende capaci di riconoscersi colpevoli, in errore, e di essere in grado di trovare soluzioni umane per provvedere al dissesto creato. Parlo di quella libertà che non conosce né riconosce confini settari e che non promuove superiorità. Parlo di quella libertà che sa “vergogna” che cosa sia, e che sa discernere tra il provare vergogna per gli atti compiuti senza scaricare la vergogna come una responsabilità di chi li ha subiti. Parlo di quella libertà che sa ammirare la bellezza che ci circonda e a quella provvedere invece di incrementare il dissapore della guerra e la violenza acida che di tutto si impossessa e tutto distrugge.
Parlo di quella libertà che si costruisce nelle persone e con le persone, che non conosce pregiudizi e che non opera attraverso lo scandalo e l’offesa. Parlo di quella libertà che sa riconoscere l’umanità e che a essa sa donare sorrisi d’amore.
Sono solo sogni? Dove sono le persone da tutto il mondo con cui costruire speranza, con cui ragionare sull’umanità, con cui occuparsi del creato e delle creature in una dimensione di abbraccio collettivo alla vita?
Mi guardo intorno, vedo le bellezze della mia città, di cui conosco anche le brutture, guardo le immagini delle foto del mondo in cui ci sono altrettanto bellezze e altrettante brutture e mi chiedo dove siano gli esseri umani, dove giace la volontà di costruire contro quella di distruggere, dove dorme quell’intelligenza che da una parte all’altra del globo è in grado di fornire a tutti la possibilità di una vita e di un sorriso senza paura.
Dove siamo, dove ci troviamo, dove vogliamo arrivare?
La malinconia non sparisce e mentre immagino il bello che c’è e che sembra invisibile ai più, lacrime di dolore mi segnano il viso. Non riesco a non pensare alla mia libertà senza la tua: la mia libertà non è se la tua non è.

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