The Good Man

Naples, 18th April 1968

Rummaging through the photos brings back memories of people who are alive in the memory of every present moment even if they have not been there for some time. It happens because in life everyone encounters good and evil, here, he is the good: uncle Peppino.
He worked at Italsider first, and then at Cementir, his overalls were always dirty with dust, his hands calloused for the dignity of honest work, but on Sundays he always wore a white shirt, jacket and tie. He took my brother and me around parks, museums, along Via Caracciolo, and we discovered with him the serenity of free time. With him I met Antonio Gramsci, the letters of the Resistance, the processions and the workers’ protest, but also comics and fairy tales; with him I learned to dance waltzes and tango, but also rock’n’roll.
With him it was wonderful to invent fantastic games in which a children’s bicycle could become the most agile steed and a rocking horse the most trusted of friends. The tales told were nothing compared to the fairy tale that he himself personified and that he knew how to transform into what I wanted to satisfy my need or respond to the desire of a child who, growing up, learns to become a woman.
When I got sick and feared for my life, every night he sat next to me and read the books he bought me from the stalls. He enjoyed imitating the voices of the characters, especially those of the animals, and there was no evening that, despite the tiredness of hard work, he didn’t stop at the newsagent’s to buy a little gift for me, a bag of surprises, a comic, a toy that could keep me company when he wasn’t there.
When he died, he waited for me to come home from school and his last words to me were “give me a kiss so I get it all.” I can still smell the scent of that last kiss on my lips, the scent of the soap with which my mother and my aunt washed him so that he was always presentable, as he wished.
Jokingly they called him the “dandy”, and he really seemed so, no one could ever have imagined the fatigue he brought with him from work in the factory, the harshness of the struggle with “the bosses” to respond to the injustices that were often suffered in the factory. He was very popular, even at work.
When he died, a wonderful and therefore painful thing happened. All the comrades would have liked to attend the funeral, but it was not possible, the factory could not stop even in the face of the death of a just man, but the workers got ten minutes to dedicate only to him. That too was a class struggle. So, they asked the family to have the hearse stop outside the factory. When we arrived there, bent by the pain that was breaking us, “the bosses” and a representation of the workers and the union were waiting for us, but the most moving thing was to look up guided by a very strong and rhythmic hiss and to see that on all the scaffolding outside the industry were the workers in overalls and protective helmets, fists raised to the sky and whistles between their lips that echoed in the void and between the crash of machinery. Their greeting, my memory.
This was Uncle Peppino. A cheerful but silent person, determined and never hostile, a good man.

Rovistare tra le foto riporta a galla ricordi di persone che sono vive nella memoria di ogni attimo presente anche se non ci sono più da tempo. Accade perché nella vita ciascuno incontra il bene e il male, ecco, lui è il bene: zio Peppino.
Lavorava all’Italsider, prima, e poi alla Cementir, le sue tute di lavoro erano sempre sporche di polvere, le sue mani callose per la dignità del lavoro onesto, ma la domenica indossava sempre camicia bianca giacca e cravatta. Portava me e mio fratello in giro per parchi, musei, lungo via Caracciolo, e scoprivamo con lui la serenità del tempo libero. Con lui ho conosciuto Antonio Gramsci, le lettere della Resistenza, i cortei e la protesta operaia, ma anche i fumetti e le fiabe; con lui ho imparato a ballare valzer e tango, ma anche il rock’n’roll.
Con lui era bellissimo inventare giochi fantastici in cui una bicicletta per bambini poteva diventare il più agile destriero e un cavallino a dondolo il più fidato degli amici. Le favole narrate erano nulla rispetto alla favola che egli stesso personificava e che sapeva trasformarsi in quello che io desideravo per assecondare un mio bisogno o rispondere al desiderio di una bimba che crescendo impara a diventare donna.
Quando mi ammalai e si temette per la mia vita, ogni sera lui sedeva accanto a me e leggeva i libri che mi comprava sulle bancarelle. Si divertiva a imitare le voci dei personaggi, soprattutto quelle degli animali, e non c’era sera che, nonostante la stanchezza del duro lavoro, non si fermasse dal giornalaio a comprare un pensierino per me, una busta delle sorprese, un fumetto, un giocattolino che potesse farmi compagnia quando lui non c’era.
Quando morì, aspettò che tornassi da scuola e le sue ultime parole per me furono «dammi un bacetto così mi passa tutto». Sento ancora sulle labbra il profumo di quell’ultimo bacio, il profumo del sapone con cui mia madre e mia zia lo lavavano affinché fosse sempre presentabile, come lui desiderava.
Scherzando lo chiamavano il “damerino”, e davvero lo sembrava, nessuno avrebbe mai potuto immaginare la stanchezza che si portava addosso dal lavoro in fabbrica, la durezza della lotta con “i capi” per rispondere alle ingiustizie che spesso in fabbrica si subivano. Era molto amato, anche sul lavoro.
Quando morì accadde una cosa meravigliosa e per questo dolorosa. Tutti i compagni avrebbero voluto partecipare al funerale, ma non era possibile, la fabbrica non si poteva fermare neanche dinanzi alla morte di un uomo giusto, ma gli operai ottennero dieci minuti da dedicare solo a lui. Anche quella fu una lotta di classe. Così, chiesero alla famiglia di far fermare il carro funebre fuori la fabbrica. Quando arrivammo lì, piegati dal dolore che ci stava spezzando, “i capi” e una rappresentanza degli operai e del sindacato ci aspettavano, ma la cosa più commovente fu alzare lo sguardo guidati da un sibilo fortissimo e ritmato e vedere che su tutte le impalcature esterne dell’industria c’erano gli operai con le tute da lavoro e i caschi protettivi, il pugno alzato verso il cielo e fischietti tra le labbra che risuonavano nel vuoto e tra il fracasso dei macchinari. Il loro saluto, la mia memoria.
Questo era zio Peppino. Una persona allegra ma silenziosa, determinata e mai ostile, un uomo buono.

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