The Tramp’s Trolley

It is daylight, but it is that hour of the morning when it seems that time stops undecided between moving forward or stopping in the present moment before the final awakening.
I look out on the balcony and observe the long straight road that connects one square to another, as it connects this moment to everything that will happen later.
Everything seems to give me its good morning, everything seems to me in its place. Each truck that supplies the shops with goods is parked there while the drivers sip their first, perhaps second or third, morning coffee together – it’s a ritual.
Each car is parked; every person who, as usual, runs to the park for his daily training, is already on the street. Even the seagulls in flight seem to follow predefined and equal routes in the leaden and grim sky of this sultry morning that already makes its weight feel while it already fades the strained breathing .
Yes, everything is in its place and in its determined order. Even the tramp is in his place, with his trolley without a wheel full of junk and dirty as he himself is.
Yes, he too is walking along a wavy line, not as straight as the road he travels, perhaps due to too much alcohol ingested in a sleepless night, but with nightmares that cannot be narrated; or, perhaps, he stumbles to keep up with that limp cart that forces him to efforts not his own in an inadequate attempt to show possession or perhaps care for something that in the void and in the emptiness anyway belongs to him.
I look at it and I wonder, who pulls the other? Who is the reason for resistance for the other? Who is the content and who is the container?
I observe him in his wavering, it is almost ridiculous to think of being behind that slow but rhythmic step, oscillating but precise, wandering but with a direction.
I still wonder what his destination is, what his origin and what his arrival; I wonder if we will ever meet along a road that is not this road from which I observe in a privileged position, if we will ever cross the same gate and if we will ever undress what he carries in his trolley and I in mine.
I observe him and it seems to me to see more closely his feet torn and dirty and full of bubbles, but which will not fall lost from his body like the trolley wheel abandoned who knows when, who knows where, who knows by whom… maybe by someone like me , who simply observes but does not listen and does not walk the same steps and the same stories.
I see the worn stones that he tramples along his destiny and I think of those received in life and in thought, those that led him to live as if he were not human, but perhaps more human for this, because he is tired of denying the evidence of the dirt and of the emptiness that too many hide in their chests while they conceal in their fake gaze the malevolent light that makes them masters of too many slaves subjugated by the fascination of power.
I watch him as he grazes with his ruined shoes the feces abandoned by some dog owner deliberately distracted and disrespectful of the life of others, of civil conduct and of the common good. I watch him as he picks up a cigarette butt from the ground, brings it to his mouth although it is extinguished, perhaps only to savor the forgotten aroma of tobacco, but also the distant one of the lips of a woman or a man who loved him.
The faces that appear, however, are not those hoped for, or, at least, they are not the ones I can imagine. Instead, they are faces that, masked with civil beauty, abandon the remains of their human madness on the street, forget that their waste becomes a resource for those who have nothing more to lose although they still have so much to give.
Here they are, the tramp and his trolley, at the end of the long road, turn left and come back, like every day, two, three times, as if theirs were a journey into the known unknown, more solid and safe of the known that turns out to be unknown.
Soon, when the homeless man has finished his last tour, he will turn right instead of left and begin a shorter path to the church that offers food to the beggars. He will have his meal, will receive some discarded clothes and in return he will say a prayer to someone who, you know, always listens. Invisible, but listen, helpless, but listen; while many, like me, remain to watch the wanderer who comes and goes, who becomes landscape, who becomes necessary everyday life.
I look at them again on their last lap, I almost expect him to turn around to wave his hand to me at one time or another. Who knows if he is aware of my presence and my daily thoughts for him. I see him, he stumbles, “Look out!”, I scream silently from the top of my balcony. He continues walking as if nothing had happened. He rearranges his ramshackle trolley and does not give up, he walks on decisively, attracted by his path.
I look at it one last time, suddenly I recognize myself, I am that missing wheel on his trolley that makes his journey more difficult.

È giorno, ma è quell’ora del mattino in cui sembra che il tempo si fermi indeciso tra l’andare avanti o arrestarsi nell’attimo presente prima del risveglio definitivo.
Mi affaccio al balcone e osservo la lunga strada dritta che congiunge una piazza all’altra, come unisce questo istante a tutto ciò che accadrà dopo.
Ogni cosa sembra darmi il suo buongiorno, ogni cosa mi sembra al suo posto. Ogni camion che rifornisce di merci i negozi è li parcheggiato mentre gli autisti sorseggiano insieme il primo, forse il secondo o terzo, caffè del mattino: è un rituale.
Ogni auto è parcheggiata; ogni persona che, come è consueto, corre verso il parco per il suo allenamento quotidiano, è già per strada. Persino i gabbiani in volo sembrano seguire rotte predefinite e uguali nel cielo plumbeo e ingrugnito di questa mattina afosa che già fa sentire il suo peso mentre affievolisce il respiro già stanco.
Sì, tutto è a suo posto e nel suo ordine determinato. Persino il barbone è al suo posto, con il suo trolley senza una ruota pieno di cianfrusaglie e sporco come egli stesso è.
Sì, anche lui è lì che procede seguendo una linea ondulata, non retta come la via che percorre, forse per il troppo alcool ingerito in una notte senza sonno, ma con incubi che non si possono narrare; o, forse, inciampa per tenere il passo di quel claudicante carrello che lo costringe a sforzi non suoi nel tentativo inadeguato di mostrare il possesso o forse la cura per qualcosa che nel vuoto e nel nulla comunque gli appartiene.
Lo guardo e mi chiedo, chi tira l’altro? Chi è motivo di resistenza per l’altro? Chi è il contenuto e chi il contenitore?
Lo osservo nel suo vacillare, è quasi ridicolo pensare di stare dietro a quel passo lento ma ritmato, oscillante ma preciso, vagabondo ma con una direzione.
Ancora mi chiedo quale sia la sua destinazione, quale la provenienza e quale l’arrivo; mi chiedo se mai ci incontreremo lungo una strada che non è questa strada da cui io osservo in posizione privilegiata, se mai varcheremo lo stesso cancello e se mai denuderemo quello che lui porta nel suo trolley e io nel mio.
Lo osservo e mi sembra di vedere più da vicino i suoi piedi lacerati e sporchi e pieni di bolle, ma che non cadranno smarriti dal suo corpo come la rotella del trolley abbandonata chissà quando, chissà dove, chissà da chi… forse da uno come me, che semplicemente osserva ma non ascolta e non percorre gli stessi passi e le stesse storie.
Vedo le pietre consumate che calpesta lungo il suo destino e penso a quelle ricevute nella vita e nel pensiero, quelle che lo hanno indotto a vivere come se non fosse umano, ma forse più umano per questo, perché stanco di negare l’evidenza della sporcizia e del vuoto che troppi nascondono nel petto mentre occultano nello sguardo finto la luce malevola che li rende padroni dei troppi schiavi soggiogati dal fascino del potere.
Lo osservo mentre sfiora con le scarpe rovinate le feci abbandonate da qualche padrone di cane volutamente distratto e irrispettoso della vita degli altri, della condotta civile e del bene comune. Lo osservo mentre raccatta una cicca di sigaretta da terra, la porta alla bocca sebbene spenta, forse solo per assaporare l’aroma dimenticato del tabacco, ma anche quello lontano delle labbra di una donna o di un uomo che lo hanno amato. I volti che compaiono, però, non sono quelli sperati, o, almeno, non sono quelli che io posso immaginare. Sono, invece, volti che mascherati di bellezza civile, abbandonano per strada i resti della loro umana follia, dimentichi che il proprio spreco diventa risorsa per chi non ha più nulla da perdere sebbene avrebbe ancora tanto da dare.
Eccoli, il vagabondo e il suo trolley, giunti al termine della lunga strada, girano a sinistra e ritornano indietro, come ogni giorno, per due, tre volte, come se il loro fosse un viaggio verso l’ignoto noto, più saldo e sicuro del noto che si rivela ignoto. Tra poco, quando il barbone avrà finito il suo giro, girerà a destra invece che a sinistra e comincerà un percorso più breve verso la chiesa che offre cibo ai mendicanti. Farà il suo pasto, riceverà qualche abito smesso e in cambio dirà una preghiera a qualcuno che, si sa, ascolta sempre. Invisibile, ma ascolta, impotente, ma ascolta; mentre molti, come me, restano a guardare il vagabondo che viene e che va, che diventa paesaggio, che diventa necessaria quotidianità.
Li guardo ancora nel loro ultimo giro, quasi mi aspetto che una volta o l’altra lui si giri a farmi un cenno di saluto con la mano. Chissà se è consapevole della mia presenza e del mio pensiero quotidiano per lui. Lo vedo, inciampa, “Attento!”, urlo in silenzio dall’alto del mio balcone. Continua come se niente fosse accaduto. Risistema il suo trolley sgangherato e non si arrende, prosegue deciso, attratto dal suo cammino.
Lo guardo un’ultima volta, d’improvviso mi riconosco, sono io quella ruota mancante al suo trolley che gli rende più arduo il cammino.

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