David Grossman: Sparare a una colomba

“Sparare a una colomba” (Mondadori, 2021) è l’ultimo libro di David Grossman, non un romanzo, ma una raccolta di alcuni suoi interessanti discorsi e articoli a partire dal 2008 fino ai nostri giorni.
La scrittura di Grossman mi ha sempre colpito molto per la sincerità e la capacità di equilibrio anche nelle descrizioni più aspre di condizioni reali e personali dolorose e avvilenti, questo libro mi ha non solo confermato in questa immagine, ma l’ha anche resa più concreta attraverso l’analisi che lo scrittore fa della cultura, del ruolo della letteratura e, soprattutto, del conflitto israelo-palestinese.
L’arco temporale ricoperto da questi saggi e articoli rende possibile la ricostruzione anche di una staticità temporale che dimostra la tesi dell’autore circa la fossilizzazione di Israele su metodiche e prassi politiche pericolose, inutili e nocive per i palestinesi quanto per gli stessi israeliani.
Con coraggio e be sapendo di poter essere inviso sia a parte degli israeliani che alle potenze europee e mondiali che sostengono la politica di Israele, Grossman denuncia la necessità di una pace, ma anche l’impossibità a costruirla fino a quando Israele non avrà superato il vuoto esistenziale entro cui si è chiuso rendendosi prigioniero della paura. Si tratta di un atteggiamento di eccessiva autoprotezione che arriva ad annullare la cultura e il desiderio di pace reale.
Gli ebrei hanno fatto della Shoah un fatto privato, dice Grossman, tutto sembra riportare a quell’evento senza, però, che si abbia la capacità di andare oltre costruendo pace, come se si fosse rimasti prigionieri della Shoah e prigionieri della sua ripetibilità senza fare però nulla affinché questo non avvenga. Questo vale per chi l’ha vissuta e per chi non l’ha vissuta, per chi è ebreo e per chi non lo è, poiché costruire la pace non può essere un’azione unilaterale.
C’è tanta lungimiranza e onestà nelle parole di Grossman che sempre, sia nella veste di vittima che di carnefice, continua a chiedersi “che cosa avrei fatto io in quella situazione”, una domanda non facile, ma dalla cui risposta dipende non solo l’onestà del proprio sguardo, ma anche la capacità di avere una visione che vada oltre sé stessi, e, soprattutto, avere il coraggio di restare sé stessi, di restituirsi reciprocamente un volto umano, di coltivare la speranza che è libertà nonostante la disperazione e la paura che la realtà circostante può provocare. Questo è il coraggio che ciascun popolo, ciascuna persona deve e può chiedere a sé stesso.
Il conflitto israelo-palestinese è una sconfitta umana provocata e accresciuta dalla paura esistenziale degli israelani e anche dagli interessi economici dell’occidente nell’appoggiare Israele, si tratta di un evidente vuoto di coscienza che non consentirà di superare gli ostacoli e di immaginare la pace.
“Sparare a una colomba” (Mondadori, 2021) di David Grossman è un libro di grande intensità che incoraggia riflessioni profonde.

Sparare a una colomba” (Mondadori, 2021) is the latest book by David Grossman, not a novel, but a collection of some of his interesting speeches and articles from 2008 to the present day.
Grossman’s writing has always impressed me a lot for the sincerity and the ability to balance even in the most harsh descriptions of painful and demeaning real and personal conditions, this book has not only confirmed me in this image, but also made it more concrete through the writer’s analysis of culture, of the role of literature and, above all, of the Israeli-Palestinian conflict.
The time span covered by these essays and articles makes it possible to reconstruct a temporal staticity that demonstrates the author’s thesis about the fossilization of Israel on dangerous, useless and harmful political methods and practices for the Palestinians as well as for the Israelis themselves.
With courage and knowing that he can be disliked both by the Israelis and by the European and world powers that support Israel’s policy, Grossman denounces the need for peace, but also the inability to build it until Israel has overcome the existential void in which he closed himself making himself a prisoner of fear. It is an attitude of excessive self-protection that comes to nullify the culture and the desire for real peace.
The Jews made the Shoah a private fact, says Grossman, everything seems to bring back to that event without, however, having the ability to go beyond building peace, as if one had remained prisoners of the Holocaust and prisoners of its repeatability without doing however nothing so that this does not happen again. This is true for those who have lived it and for those who have not lived it, for those who are Jewish and for those who are not, since building peace cannot be a unilateral action.
There is so much foresight and honesty in Grossman’s words that always, both as a victim and as an executioner, he continues to ask himself “what would I have done in that situation”, a question that is not easy, but from its answer not only depends the honesty of one’s gaze, but also the ability to have a vision that goes beyond oneself, and, above all, to have the courage to remain oneself, to reciprocally give back a human face, to cultivate the hope that is freedom despite despair and the fear that the surrounding reality can cause. This is the courage that each people, each person must and can ask of himself.
The Israeli-Palestinian conflict is a human defeat provoked and increased by the existential fear of the Israelis and also by the economic interests of the West in supporting Israel, it is an evident void of conscience that will not allow to overcome obstacles and imagine peace.
“Sparare a una colomba” (Mondadori, 2021) by David Grossman is a book of great intensity that encourages profound reflection.

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