News from the Dark

This morning, as soon as I got up, I just couldn’t find my smile again. Not even the flight of the birds brought me joy, nor the cawing of the seagulls in search of space in which to spread their wings. They didn’t give me joy because they seemed too free from waiting. Even the last ray of the moon seemed impertinent and awkward, out of place and vain.
What were they doing there, I wondered angrily, in the sky, to give life to their flight and free gaze while I was in the usual place, waiting, like a luggage forgotten at the station or a poor puppy abandoned in a land desolate … a waste land, T.S. Eliot would say .
Yet, in this land of wasted time, I am like that puppy without a master who remains faithfully tied to his rope without understanding that fleeing is dying but also the awareness of no longer having someone who pretends to have loved you, like that moonbeam, that observes the good and the bad by choosing to always stay above everything, like those free flying birds that always chase each other in the same circuit and, perhaps, no longer wait for anything else, like those seagulls that spread their wings to conquer the straight line of the long road, forgetting that just beyond the hill there is the sea and the boundless horizon that waits for them.
In this wasteland, the waiting seems vain, stressful, exhausting, as if it were a cutting chain that cuts through your flesh forgetting that you are still alive.
I would like to be free from these chains of mine, run across the meadows and chase birds in their flight. I would like to hold a bundle of wet grass in my hands and recognize a place and a time in which the “despite” have all become “thanks to this” that I have uttered in the silence of my heart in turmoil. I would like to kiss the sun and laugh while running in the rain, but I find myself sad, a prisoner of that terrible chain, of its worn creaking that tears my skin as it marks the time of my life.
Some verses write by themselves in my thoughts, lean verses, poor in technique, but far-sighted:

I can see a bird fly,
but I cannot pirouette in the immense sky,
my wings are broken by reality.
I can hear a bird singing,
but my voice cannot be raised,
my tone is broken by infinite sadness.
I can understand the love that frees,
but I cannot love,
it is an art that nobody wants to teach me.
The bird dies happy with its having lived
I don’t want to die without having lived yet,
but death is approaching,
she does not recognize captive birds.

Then, suddenly, I realize the extraordinary. I still have the words. Free words, not prisoners. Words that tell about me beyond distances and pain. I have the words to explain and those to understand, I have the words to hesitate and those to enter the path of life beyond the abyss of surrender and defeat. I have the words to doubt and those to believe, I have the words to be free to seek and love. I have the words to recognize and recognize myself, I have the words that know how to wait and speak even while I’m silent. Now, I understand.
The news that does not make me enjoy the new day is but a piece in this life that hopes, it is only a fragment of this history that has the time of life and is not afraid of that of death. The news from the dark, from my darkness, tells me a story of courage and determination, and, finally, I feel ready to wait, ready to start over, ready not to be afraid.
New verses are written in my heart and as I repeat them like a sweet lullaby, I smile at the sleeping moon, at the happy flying birds, and I gather in my heart the hope of good, a hope of a good.

To fly,
go up there,
towards the sun.
Turn around to look
and notice that even down there,
on the wasteland,
on that wasted land,
there is a star
and that is you, Man.

Stamattina, appena alzata, non riuscivo proprio a ritrovare il sorriso. Neanche il volo degli uccelli mi procurava gioia, né il gracchiare dei gabbiani in cerca di spazio in cui distendere le proprie ali. Non mi davano gioia perché mi sembravano troppo liberi dall’attesa. Persino l’ultimo raggio di luna mi è sembrato impertinente e sgraziato, fuori posto e vano.
Che cosa ci facevano loro lì, mi chiedevo con rabbia, nel cielo, a imprimere di vita il loro volo e lo sguardo libero mentre io ero al solito posto, in attesa, come un bagaglio dimenticato alla stazione o un povero cucciolo abbandonato in una terra desolata… a waste land, una terra sprecata, direbbe T.S. Eliot.
Eppure, in questa terra dal tempo sprecato, io sono come quel cucciolo senza più padrone che resta fedelmente legato alla sua corda senza capire che fuggire è morire ma anche la consapevolezza di non avere più qualcuno che finga di averti amato, come quel raggio di luna che osserva il bello e il brutto scegliendo di stare sempre al di sopra di tutto, come quegli uccelli liberi in volo che si inseguono sempre nello stesso circuito e, forse, non attendono più niente, come quei gabbiani che stendono le ali per conquistare la retta della lunga strada, dimenticando che poco oltre la collina c’è il mare e l’orizzonte sconfinato che li attende.
In questa terra desolata, l’attesa sembra vana, stressante, logorante, come se fosse una catena tagliante che fende la tua carne dimentica che sei ancora viva.
Vorrei essere libera da queste mia catene, correre per i prati e rincorrere gli uccelli in volo. Vorrei stringere tra le mani un fascio di erba bagnata e riconoscere un luogo e un tempo in cui i “nonostante” sono diventati tutti “i grazie a questo” che ho pronunciato nel silenzio del mio cuore in tumulto. Vorrei baciare il sole e ridere correndo sotto la pioggia, ma mi scopro triste, prigioniera di quella terribile catena, del suo logoro cigolio che mi scarnisce la pelle mentre scandisce il tempo della mia vita.
Alcuni versi si scrivono da soli nel mio pensiero, versi scarni, poveri di tecnica, ma lungimiranti:

Posso vedere un uccello volare,
ma io non posso piroettarmi nel cielo immenso,
le mie ali sono spezzate dalla realtà.
Posso sentire un uccello cantare,
ma la mia voce non si può innalzare,
il mio tono è spezzato da tristezza infinita.
Posso capire l’amore che libera,
ma non posso amare,
è un’arte che nessuno mi vuole insegnare.
L’uccello muore contento del suo aver vissuto
io non voglio morire senza aver ancora vissuto,
ma la morte si avvicina,
non riconosce gli uccelli prigionieri.

Poi, all’improvviso, mi rendo conto dello straordinario. Ho ancora le parole. Parole libere, non prigioniere. Parole che raccontano di me oltre le distanze e il dolore. Ho le parole per spiegare e quelle per comprendere, ho le parole per esitare e quelle per inoltrarmi nel sentiero della vita oltre l’abisso della resa e della sconfitta. Ho le parole per dubitare e quelle per credere, ho le parole per essere libera di cercare e di amare. Ho le parole per riconoscere e riconoscermi, ho le parole che sanno attendere e parlare anche mentre taccio. Allora, comprendo.
Le notizie che non mi fanno godere del nuovo giorno non sono che tasselli in questa vita che spera, non sono che frammenti di questa storia che ha il tempo della vita e non teme quello della morte. Le notizie dal buio, dal mio buio, mi raccontano una storia di coraggio e determinazione, e, infine, mi sento pronta all’attesa, pronta a ricominciare, pronta a non aver paura.
Nuovi versi si scrivono nel mio cuore e mentre li ripeto come una dolce ninna nanna, sorrido alla luna che dorme, agli uccellini in volo felici, e raccolgo nel mio cuore la speranza del bene, una speranza di bene.

Volare,
andare lassù,
verso il sole.
Voltarsi indietro a guardare
e notare che anche laggiù,
sulla terra desolata,
su quella terra sprecata,
c’è una stella
e quella sei tu, Uomo.

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