Respect

Respect is not tolerance, but welcome.
I don’t like the word “tolerance” because it always gives me the impression that there is a party that grants to the other, thus placing itself in a position of superiority over a subordinate that has no reason to exist, not even in respect of “hierarchical roles “. These roles that are highlighted, or should, only in specific areas of work, but which have to do with work and not with the person, are in fact supported with authoriality and not with degenerating authority, or it can degenerate into supremacy and command.
The authoritative person does not need to emphasize socio-economic differences, but acts as a leader and mediator and his role is all the more effective the more it is based on respect and sharing. Roles are not people, however, and in the face of the concept of humanity there are no differences among people.
Mutual respect is the tool we should all learn to use to manage relationships, even the most complex ones. Respect does not foresee the submission of one to the other, nor that the one who is more capable of respect is also the one who should be represented as a weak person who is silent for the sake of tranquility. No, respect is not manifested in silence, but in the assertive capacity of dissent that opens up to the will of dialogue.
Therefore, respecting a person does not mean keeping silent when something does not appear to us as right, but denouncing dissent with decision and determination that never offends the person, but rather appeals to them for a more profitable sharing for the good of the idea, of the project, of the people themselves.
Similarly, those who yell in the belief that they are gaining respect are merely demonstrating their inability to be respected. In the grip of vanity and the need to perform, these are people who exhibit an excess of self-esteem that allows them to strut, but, basically, they denounce a deep insecurity, awareness and fear of not being worth so much as they scream and they go preaching.
Respecting the other means respecting yourself, having the right measure of your own limits and not having the fear of declaring them since each person is perfectible although not perfect and it is only in the exchange with the other that one’s perfectibility becomes mutually possible.
A ban on chatter, therefore, on the prosopopoeia we are used to preen on a nothingness that assaults and tears from the inside. Let’s try to understand and practice respect and for sure we will all be better people.

Il rispetto non è tolleranza, ma accoglienza.
Non amo la parola “tolleranza” poiché mi dà sempre l’impressione che ci sia una parte che concede all’altra ponendosi, quindi, in posizione di superiorità rispetto a una subalternità che non ha ragione di esistere, nemmeno nel rispetto dei ruoli “gerarchici”. Questi ruoli che si evidenziano, o dovrebbero, solo in ambiti specifici di lavoro, ma che hanno a che vedere con il lavoro e non con la persona, vengono sostenuti, infatti, con l’autorevolezza e non con l’autorità che degenera, o può degenerare, in supremazia e comando.
La persona autorevole non ha bisogno di sottolineare le differenze socio economiche, ma si pone come leader e mediatore e il suo ruolo tanto più è efficace quanto più si basa sul rispetto e sulla condivisione. I ruoli non sono le persone, però, e dinanzi al concetto di umanità non ci sono differenze tra le persone.
Il rispetto reciproco è lo strumento che tutti dovremmo imparare a usare per gestire le relazioni, anche quelle più complesse. Il rispetto non prevede la sottomissione dell’uno all’altro, né che chi sia più capace di rispetto sia anche quello che debba essere rappresentato come una persona debole che per amor di tranquillità tace. No, il rispetto non si manifesta nel silenzio, ma nella capacità assertiva del dissenso che apre alla volontà del dialogo.
Quindi, rispettare una persona non significa tacere quando qualcosa non ci appare come giusta, ma denunciare il dissenso con decisione e determinazione che non offendano mai la persona, ma che anzi a questa si appellino per una condivisione più proficua per il bene dell’idea, del progetto, delle persone stesse.
Allo stesso modo, chi urla credendo così di ottenere rispetto, non fa che dimostrare la propria incapacità ad essere rispettati. In preda alla vanità e al bisogno di esibirsi, queste sono persone che esibiscono un eccesso di stima verso sé stesse che consente loro di pavoneggiarsi, ma, di fondo, denunciano una profonda insicurezza, consapevolezza e paura di non valere poi così tanto come urlano e vanno predicando.
Rispettare l’altro significa rispettare sé stessi, avere la giusta misura dei propri limiti e non avere il timore di dichiararli poiché ogni persona è perfettibile sebbene non perfetta ed è solo nello scambio con l’altro che la propria perfettibilità diventa reciprocamente possibile.
Bando alle chiacchiere, dunque, alla prosopopea con cui pavoneggiarsi di un nulla che assale e dilania dall’interno. Cerchiamo di comprendere e praticare il rispetto e di certo saremo tutti persone migliori.

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