Fixing Your Memories

There come several times in the course of one’s life moments in which it is necessary to fix one’s memories not for the fear that they will escape, but to make them real for those who can only know them through you.
A photograph is a way to fix the images and make them eternal, but what everyone felt in that exact moment of the shot, only those who have experienced it can know. When I look at the photos, in fact, in addition to my personal memories, I try to capture the memories of others in the gaze impressed by the camera, but it is impossible. My reconstruction memory cannot be complete and, at times, it is only imperfect if not wrong. There are many photos, then, in which I do not appear, but this does not mean that they have no memory. I try, then, to reconstruct the stories, to know the unknown faces, to imagine what they felt and how they felt at that precise moment … this becomes narration, I can also go close to the truth, but its true only who lives it can know deeply. The word, then, becomes an instrument of relationship and link between the true and the probable, between what one hopes for and what one only imagines. I look at the photos and try to remember the voices, those tones to which the words offer a new tone as a new possibility. The distracted woman who in the photo looks elsewhere, then, has the opportunity to tell us about her world, about her thoughts, about her need to fly away from the present moment. That other woman, the one with the downcast gaze, can tell us the reason for the wrinkles that frown on her face and give us reasons for her inability to look straight into the lens. It will be shame, shyness, fear, boredom, annoyance … it will be what the word will be able to think of each of these possible realities and make it real as long as it respects the person and does not make it a slave to abuse, a theft of history, of a melodramatic attempt to deny the truth that reveals something true in those furrowed eyebrows. Fixing my memories, then, becomes a gesture of creation for which one never ceases to be responsible, since each creative act imposes the joy of the encounter, but also the need for fidelity. A face, a name, a story, become models and creations, suggestions and inspirations, but never sterile fantasies that proclaim us the owners of voices and words, rather useful servants of a passion for life that matures in freedom only because it seeks love and dignity.

Vengono a più riprese nel corso della propria vita momenti in cui è necessario fissare i propri ricordi non per il timore che scappino, ma per renderli reali per chi potrà conoscerli solo attraverso di te.
Una fotografia è un modo per fissare le immagini e renderle eterne, ma quello che ciascuno ha provato in quell’istante esatto dello scatto, solo chi lo ha vissuto può saperlo. Quando guardo le foto, infatti, oltre ai miei ricordi personali, cerco di cogliere nello sguardo impresso dalla fotocamera le memorie degli altri, ma è impossibile. Il mio ricordo di ricostruzione non può essere completo e, talvolta, non è che imperfetto se non addirittura errato. Ci sono molte foto, poi, in cui io non compaio, ma non per questo non posseggono memoria. Mi sforzo, allora, di ricostruire le storie, di conoscere i volti sconosciuti, di immaginare che cosa provassero e come si sentissero in quel momento preciso… questo diventa narrazione, posso andare anche vicino al vero, ma il suo vero solo chi lo vive lo conosce nel profondo. La parola, allora, diviene strumento di relazione e legame tra il vero e il verosimile, tra ciò che si spera e ciò che si immagina soltanto. Guardo le foto e cerco di ricordare le voci, quei toni cui le parole offrono un timbro nuovo come una nuova possibilità. La donna distratta che nella foto guarda altrove, allora, ha la possibilità di narrarci del suo mondo, del suo pensiero, del suo bisogno di volare via dall’attimo presente. Quell’altra donna, quella con lo sguardo basso, può raccontarci il perché delle rughe che corrucciano il suo volto e darci ragione della sua impossibilità di guardare dritto nell’obiettivo. Sarà vergogna, timidezza, paura, noia, fastidio… sarà quel che sarà la parola può pensare a ciascuna di queste realtà possibili e renderla reale purché rispetti la persona e non la renda schiava di un abuso, di un furto di storia, di un melodrammatico tentativo di negazione della verità che in quelle sopracciglia corrugate comunque qualcosa di vero ci rivela. Fissare i miei ricordi, allora, diviene un gesto di creazione di cui non si smetta mai di essere responsabili, poiché ciascun atto creativo impone la gioia dell’incontro, ma anche la necessità della fedeltà. Un volto, un nome, una storia, diventano modelli e creazioni, suggerimenti e ispirazioni, ma mai fantasie sterili che ci autoproclamano detentori delle voci e delle parole, quanto servi utili di una passione per la vita che matura nella libertà solo perché cerca amore e dignità.

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