Modern Atlas

We are more and more prone to sterile controversy, it seems that human beings are prisoners of a collapsed way of doing things, which no longer has a reason to exist, yet from which they cannot escape in any way: comparison, measuring themselves with the other to override it or, in any case, not be outdone. What you do I do, if you do it I do it … as if personal conscience no longer exists, but only the judgment of the other’s gaze.
The whole “I kneel if they kneel” controversy has arisen on this mechanism, which arose during the Europeans in many players, but above all, in the management of many teams. It seems that if in one team you kneel and not in the other, this is a sign of weakness on the part of those who make that gesture, of humiliation, as if one were putting themselves back in the power of the opponent. Even such a significant gesture has lost the value of choice and conscience, of the choice of conscience or of the conscience of choice. It seems like a tongue twister, but I think it is very serious to have shifted the weight of conscience to imitation and that of choice to emulation.
That gesture, on the other hand, is not a challenge to those who lower their gaze first or to those who raise their voices more, but it is the awareness that each in his small or large lot can mark his imprint of responsibility and begin to build a society where all rights are respected for all.
Kneeling (in favor of the defense of the rights of every human being) is not a reason for opposition or submission, it is not a challenge or a provocation, but it is taking on the responsibility of the other and of your own. There are no sectors in which kneeling for these reasons makes sense or not, what makes sense is to do it not for exhibition but for conviction, as well as not doing it. That gesture is not only solidarity, but sharing, condivision, and it does not last the moment of its manifestation, as it must continue in the active awareness of the daily life of each one who marries and embodies its value even when one is not in the spotlight. It means that that manifestation of mutual support continues in the culture of everyday life and changes the relationships between people in small as well as in large contexts.
That gesture, from my point of view, is not a gesture of prostration and weakness, but, on the contrary, a gesture of courage and support. It reminds me of the statue of the Farnese Atlas (kept in the Archaeological Museum of Naples), it is a marble statue (about 185 cm., probably a copy of the original) of the Hellenistic period dating back to around the second century. A.D., showing Atlas kneeling in an effort to carry the whole world, constellations included, on his shoulders. Well, the position of Atlas is the same as that of one who kneels for the “Black Lives Matters” and for the rights of every human person. This image makes me think about how great is the weight of our world so full of injustices and controversies, so much so that loading it even more does not make the slightest sense, on the contrary, I would like to be able to imagine many who finally decide to help the poor Atlas exhausted to support the weight of the world, lightening its archaic compactness of petty hatreds.
Kneeling, then, is the gesture of one who takes charge of the meaning of the world. The devotee who asks for help kneels, the lover kneels who offers his beloved the promise of his love, I kneel myself in favor of the rights of every person, every man or woman who try to support with their strength the weight of the life of those who suffer kneel.
Kneeling is not a sign of submission and humiliation, but of bonds that build love.

Siamo sempre più proni alla polemica sterile, sembra che gli esseri umani siano prigionieri di un modo di fare collassato, che non ha più ragione di esistere, eppure dal quale non riescono in alcun modo a sfuggire: il paragone, il misurarsi con l’altro per prevaricarlo o, comunque, non essere da meno. Quello che fai tu faccio io, se lo fai tu lo faccio io… come se non esistesse più la coscienza personale, ma solo il giudizio dello sguardo dell’altro.
Su questo meccanismo si è costruita tutta la polemica del “mi inginocchio se si inginocchiano” scaturita durante gli europei in molti giocatori, ma soprattutto, nella gestione di molte squadre. Sembra che se in una squadra ci si inginocchia e nell’altra no, questo sia segno di debolezza da parte di chi compie quel gesto, di umiliazione, come se uno si rimettesse al potere dell’avversario. Anche un gesto così significativo ha perso il valore della scelta e della coscienza, della scelta di coscienza o della coscienza della scelta. Sembra uno scioglilingua, ma credo sia molto grave aver spostato il peso della coscienza all’imitazione e quello della scelta all’emulazione.
Quel gesto, invece, non è una sfida a chi abbassa per primo lo sguardo o a chi alza di più la voce, ma è la consapevolezza che ciascuno nel suo piccolo o grande molto può marcare il suo segno di responsabilità e cominciare a costruire una società in cui tutti i diritti siano rispettati per tutti.
Inginocchiarsi (a favore della difesa dei diritti di ogni essere umano) non è un motivo di contrapposizione né di sottomissione, non è una sfida nè una provocazione, ma è farsi carico della responsabilità dell’altro e della propria. Non esistono settori in cui inginocchiarsi per questi motivi abbia senso oppure no, ciò che ha senso è farlo non per esibizione ma per convinzione, come anche il non farlo. Quel gesto non è solo solidarietà, ma compartecipazione, condivisione, e non dura l’attimo della sua manifestazione, in quanto deve continuare nella coscienza attiva del quotidiano di ciascuno che ne sposa e incarna il valore anche quando non si è sotto i riflettori. Significa che quella manifestazione di sostegno reciproco prosegue nella cultura del quotidiano e cambia i rapporti tra le persone nei piccoli come nei grandi contesti.
Quel gesto, dal mio punto di vista, non è un gesto di prostrazione e debolezza, ma, anzi, un gesto di coraggio e sostegno. A me fa venired in mente la statua dell’Atlante Farnese (custodita nel Museo Archeologico di Napoli), si tratta di una statua di marmo (circa 185 cm., probabilmente una copia dell’originale) di epoca ellenistica databile intorno al II sec. d.C., che mostra Atlante inginocchiato nello sforzo di reggere sulle spalle il mondo intero, costellazioni incluse. Ebbene, la posizione di Atlante è la stessa di chi si inginocchia per i “Black Lives Matters” e per i diritti di ogni persona umana. Quest’immagine mi fa pensare a quanto grande sia il peso del nostro mondo così pieno di ingiustizie e polemiche, tanto che caricarlo ancora di più non ha il minimo senso, anzi, mi piacerebbe poter immaginare tanti che decidano, infine, di aiutare il povero Atlante sfinito a sostenere il peso del mondo alleggerendone l’arcaica compatezza di odi meschini.
Inginocchiarsi, allora, è il gesto di chi si fa carico del senso del mondo. Si inginocchia il devoto che chiede aiuto, si inginocchia l’innamorato che offre all’amata la promessa del suo amore, mi inginocchio io stessa a favore dei diritti di ogni persona, si inginocchia ogni uomo o donna che con la sua forza cerca di sostenere il peso della vita di chi soffre.
Inginocchiarsi non è segno di sottomissione e umiliazione, ma di legami che costruiscono amore.

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