David Grossman: La vita gioca con me

“La vita gioca con me” (Mondadori, 2019) scritto da David Grossman con delicatezza e intuito, è certamente un romanzo di qualità. Qualità per il contenuto, qualità per il resoconto di una storia vera di cui non solo l’autore diventa testimone, ma che è in grado di rendere altrettanto testimone il lettore, grazie alla scrittura avvolgente che parla all’interno del pensiero di chi legge invitandolo a fare esperienza delle proprie emozioni, ma anche della consapevolezza del male di cui gli esseri umani possono rendersi capaci nella Storia.
Un libro di qualità, ancora, per la tecnica narrativa che, sempre in prima persona, è in grado di rendere i molteplici narratori come se fossero uno solo, poiché, in effetti, ci sono storie che appartengono a tutti e la cui angolazione del vissuto rende possibile comprendere l’intera storia che non è mai individuale, ma un tessuto intricato e spesso rammendato che solo grazie al paziente lavoro di ricostruzione può rendere verità e giustizia alla sofferenza di uno che è anche la sofferenza di tutti.
La storia è ambientata in un viaggio nel tempo a ritroso da un kibbutz in Gerusalemme fino all’isola di Goli Otok, un campo di concentramento sotto il regime di Tito in Iugoslavia.
Così, la storia di Vera, Nina, Ghili e Rafi, si interseca non solo perché persone legate da legami di parentela, ma perché ciascuno rappresenta il filo che separa e congiunge trama e ordito fino a quando il tessuto della vita non sia infine ricomposto.
Sebbene appaia mite e remissivo, Rafi, è una figura maschile molto forte la cui determinazione deriva dalla pazienza e dall’amore, dalla pazienza di costruire e continuare a generare amore laddove le donne della sua vita, Nina la compagna infedele e sofferente, Ghili, la figlia sofferente per l’abbandono della madre e in procinto di abbandonare il suo compagno, sembrano aver seminato solo odio e solitudine.
È sempre Rafi, infatti, figlio acquisito di Vera (madre naturale di Nina) che aiuta madre e figlia (sarebbe il caso di dire madri e figlie) a cercare di ricostruire un rapporto lacerato dal dolore, dalla consapevolezza dell’abbandono ricevuto e perpetrato, ma anche dell’amore profondo che cercano e che non potranno mai trovare senza ricostruire la propria storia prima che sia troppo tardi perché la malattia e la morte torni a separarle e, questa volta, per sempre.
Le tre donne (Vera, Nina e Ghili) rappresentano tre generazioni di vita e di dolore, dolore storico (dovuto alle torture e persecuzioni di Tito durante il suo regime) e di dolore personale (il mancato reciproco riconoscimento). La scelta di Vera condizionerà le scelte di Nina che, a sua volta, nella sua propria scelta, attuerà lo stesso abbandono di cui ha sofferto nei riguardi della figlia, Ghili, avuta da Rafi e questa, infine, si troverà allo stesso bivio nei riguardi del compagno, Meier (che compare solo come nome nel pensiero di Ghili), che lei vuole lasciare in quanto lui desidera avere un figlio da lei.
C’è un altro protagonista, la cinepresa, che sarà da testimone alle vicende narrate e alla ricostruzione della storia, delle storie, narrate. La cinepresa diventa memoria per il futuro, ma sarà davvero necessaria quando tutti i nodi saranno sciolti? O, forse, sara sufficiente lasciarsi andare all’ammirazione del bel tessuto teso della vita dei protagonisti che, nonostante i rammendi, ha assunto la forma avvolgente di una coperta che ripara e riscalda? Sarà forse più consono innamorarsi della vita reale e viverla diventando testimonianza di amore reciproco piuttosto che guardarla in un video come fosse solo memoria?
Non vi dirò della narrazione nello specifico, poiché rovinerebbe il gusto della lettura, ma aggiungerò soltanto che il ritorno anche fisico nel gulag di Goli Otok, rivelerà la verità a ciascun personaggio che sarà chiamato a scegliere se vivere o morire. Aggiungo solo che la storia narrata è ispirata alla storia vera di Eva Panić Nahir su cui sono state scritte interessanti biografie.
David Grossman, ancora una volta, rivela la maestria del suo linguaggio e di una scrittura attenta ed esperta che sa sciogliere con cura e senza sfilacciature i nodi della matassa aggrovigliata della vita che si rivela.
“La vita gioca con me” (Mondadori, 2019) di David Grossman è un romanzo che fa bene leggere.

“La vita gioca con me” (Mondadori, 2019) written by David Grossman with delicacy and intuition, is certainly a quality novel. Quality for the content, quality for the account of a true story of which not only the author becomes a witness, but which is able to make the reader equally witness, thanks to the enveloping writing that speaks within the mind of the reader by inviting him to experience their emotions, but also the awareness of the evil that human beings are capable of in History.
A quality book, moreover, for the narrative technique that, always in the first person, is able to make the multiple narrators as if they were one, since, in fact, there are stories that belong to all and whose angle of experience makes it possible to understand the whole story which is never individual, but an intricate and often mended fabric that only thanks to the patient work of reconstruction can render truth and justice to the suffering of one who is also the suffering of all.
The story is set on a journey through time back from a kibbutz in Jerusalem to the island of Goli Otok, a concentration camp under the Tito regime in Yugoslavia.
Thus, the story of Vera, Nina, Ghili and Rafi intersects not only because they are people linked by kinship, but because each one represents the thread that separates and joins weft and warp until the fabric of life is finally reassembled.
Although he appears meek and submissive, Rafi is a very strong male figure whose determination comes from patience and love, from the patience to build and continue to generate love where the women in his life, Nina the unfaithful and suffering partner, Ghili, the daughter suffering from the abandonment of her mother and about to abandon her partner, seem to have sown only hatred and loneliness.
It is always Rafi, in fact, the acquired son of Vera (Nina’s natural mother) who helps mother and daughter (it would be appropriate to say mothers and daughters) to try to rebuild a relationship torn by pain, by the awareness of the abandonment received and perpetrated, but also of the deep love they seek and that they will never be able to find without reconstructing their own story before it is too late for sickness and death to separate them again and, this time, forever.
The three women (Vera, Nina and Ghili) represent three generations of life and pain, historical pain (due to the torture and persecution of Tito during his regime) and personal pain (the lack of mutual recognition). Vera’s choice will condition Nina’s choices who, in turn, in her own choice, will implement the same abandonment she suffered with regard to her daughter, Ghili, had with Rafi, finally, will find herself at the same crossroads with regard to of her partner, Meier (who appears only as a name in Ghili’s thought), whom she wants to leave as he wishes a child.
There is another protagonist, the camera, which will be a witness to the events narrated and to the reconstruction of the story, of the stories, narrated. The camera becomes a memory for the future, but will it really be necessary when all the knots are untied? Or, perhaps, will it be enough to let oneself go to the admiration of the beautiful taut fabric of the life of the protagonists which, despite the mending, has taken on the enveloping shape of a blanket that repairs and warms? Will it be more appropriate to fall in love with real life and live it by becoming a testimony of mutual love rather than watching it in a video as if it were only memory?
I will not tell you about the specific narrative, as it would ruin the taste for reading, but I will only add that the return, even physical, in the gulag of Goli Otok, will reveal the truth to each character who will be called to choose whether to live or die. I only add that the story told is inspired by the true story of Eva Panić Nahir on which interesting biographies have been written.
David Grossman, once again, reveals the mastery of his language and of a careful and expert writing that knows how to untie with care and without fraying the knots of the tangled skein of life that reveals itself.
“La vita gioca con me” (Mondadori, 2019) by David Grossman is a novel that is good to read.

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