There’ s a Moment

There is a moment in my time when everything seems to stop, the unpleasant voices stop screeching against the ice of my frost and the mild ones spread their aroma beyond the wall built to defend myself. That’s the moment when the memories come back, good and bad, but you know you are stronger because they belong to the past and you are already a little further.
Memories appear, mysterious, like shooting stars in a sky barely illuminated by the pale moon and fragile sister who welcomes everything and excludes nothing in the dark charm of her silent pallor.
A toy rolls along the path of my memory, and carries with it a sweet and sad memory together: a doll, Nevina, cost sacrifices and treated as sacred, hardly operated to see how she can ski on the marble floor with those skis of hers. red plastic. Yet, of Nevina, all that remains is the name and the memory of the respectful care of her that made her sacred in respect of the sacrifice of that gift. One day, then, that sacred was profaned by the envious and never satisfied hands of those who, despite having more, are jealous of the little you have and want to rob you of it. Among so many games, Nevina himself became a victim. She was the victim of a treacherous game that deprived her of her mechanical arms before she could move them with her snowshoes and invent for me the magic of that never trampled snow and that feeling of joyful freedom never experienced.
A voice, then, chases me up the stairs of my memory. A slap stops the naive truth revealed and in tears of disappointment punishes a little girl who reveals to her teacher about a companion, Michele, who has slipped a ring in love with her into the pocket of her second grade apron. The nun betrayed the purity of the one and the discovery of the love of the other by mowing the genuine gift of a blossoming first love like malignant grass.
A wish, perhaps a premonition, still accompanies my memory when a classmate, Pasquale, began to call me “Manzoni” because my compositions were always the ones that the teachers loved to read aloud. There was no envy, just an observation, he smiled at me appealing to me with that high-sounding name and, who knows, maybe he supported me in the choice to mature my bond with the written word.
Then a succession of images, names and faces translate my time into distant moments. Distant, yet connected; distant, yet present. She ran to not miss the bus, the confusion of those who believed, at university, that I was a foreigner, the love aroused and not reciprocated and the one chosen and lived. The pain and tenderness sought as a balm for the wounds suffered; the joy of life that is renewed and the sadness of death that apparently separates. Many moments of a time that is lengthening, but which, in doing so, shortens the distance with the goal. The moment has passed, the voices of memory must stop their flowing course, it is time to build the new present moment that tomorrow, who knows, will still be memory.

C’è un momento nel mio tempo in cui tutto sembra fermarsi, le voci sgradevoli smettono di stridere contro il ghiaccio del mio gelo e quelle miti diffondono il loro aroma oltre la parete costruita per difendermi. Quello è l’attimo in cui tornano i ricordi, belli e brutti, ma sai di essere più forte poiché appartengono al passato e tu ti trovi già un po’ oltre.
I ricordi appaiono, misteriosi, come stelle cadenti in un cielo appena illuminato dalla luna pallida e fragile sorella che tutto accoglie e nulla esclude nel fascino cupo del suo silenzioso pallore.
Un giocattolo rotola per la strada della mia memoria, e trasporta con sé un ricordo dolce e triste assieme: una bambola, Nevina, costata sacrifici e trattata come sacra, a stento azionata per vedere come possa sciare sul pavimento di marmo con quei suoi sci di plastica rossa. Eppure, di Nevina, non resta che il nome e il ricordo della cura rispettosa che la rendeva sacra nel rispetto del sacrificio di quel dono. Un giorno, poi, quel sacro fu profanato dalle mani invidiose e mai sazie di chi pur avendo di più è geloso del poco che hai e vuole depredartene. Tra tanti giochi, proprio Nevina divenne vittima. Vittima di un gioco perfido che la privò delle braccia meccaniche prima che potesse muoverle con le sue racchette e inventare per me la magia di quella neve mai calpestata e di quella sensazione di gioiosa libertà mai provata.
Una voce, poi, mi rincorre per le scale della mia memoria. Uno schiaffo ferma l’ingenua verità rivelata e punisce nelle lacrime del disappunto una bimba che rivela alla sua maestra di un compagno, Michele, che ha infilato nella tasca del suo grembiulino di seconda elementare un anellino innamorato. La suora tradì la purezza dell’una e la scoperta dell’amore dell’altro falciando come erba maligna il dono genuino di un primo amore che sboccia.
Un augurio, forse una premonizione, accompagna ancora la mia memoria quando un compagno di classe, Pasquale, cominciò a chiamarmi “Manzoni” perché le mie composizioni erano sempre quelle che gli insegnanti amavano leggere a voce alta. Non c’era invidia, solo una costatazione, mi sorrideva appellandomi con quell’altisonante nome e, chissà, forse mi sostenne nella scelta di maturare il mio legame con la parola scritta.
Poi un susseguirsi di immagini, nomi e volti, traducono in attimi distanti il mio tempo. Distanti, eppure collegati; distanti, eppure presenti. Le corse per non perdere l’autobus, la confusione di chi credeva, all’università, che io fosse straniera, l’amore suscitato e non ricambiato e quello scelto e vissuto. Il dolore e la tenerezza cercata come balsamo alle ferite subite; la gioia della vita che si rinnova e la tristezza della morte che apparentemente separa. Tanti attimi di un tempo che si allunga, ma che, nel farlo, accorcia le distanze con la meta. Il momento è trascorso, le voci della memoria devono fermare il loro corso fluente, è tempo di costruire il nuovo attimo presente che domani, chissà, sarà ancora memoria.

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