E.A. Poe: The Oval Portrait

“The Oval Portrait” is a short story by Edgar Allan Poe written in 1842, contained among his stories in the “Horror Tales” section yet the style of writing and the subject matter seems to belong to the present, as if it had just been written this morning for inviting everyone to reflect on the meaning of life and art, but also of love and fidelity until death.
In fact, there are also many other food for thought aroused by this short story that is characterized from the beginning by the taste of mystery narrated with “cinematographic” technique, which is a fact that, from my point of view, is characteristic of the author, but it also brings the reader closer to the heart of the narrative almost by capturing him. It is as if this objective, which in a first phase is distant and which is getting closer and closer to the focus of images as well as facts and thoughts, is there to open many doors one after the other, but none of them will be reopened to allow for return or escape.
Even “The Oval Portrait” does not betray this expectation. The doors that open one after the other to tell the story of a painting, of its artist and of the model who posed there, are so many labyrinths within which the reader, as the protagonist who is also the narrator, loses and even when the narration is complete it will not be possible to go back, since the truth is so evident, naked and raw, that in the impossibility of denying it, it swallows up the very life of the narrator of whom we will not know how and if the rest of the night will pass.
In fact, lapidary is the concluding sentence of the story “« This is indeed Life itself! ” turned suddenly to regard his beloved: -She was dead! “.
One wonders, then, without telling the story of this narration that really deserves to be read, what is the relationship between life and art. Does art really surpass life and, by immortalizing it, deprive the present of its breath? Is it really the artist’s job to represent life without taking part in it? Does real life really find meaning only in the vision of its representation?
Considering all these questions that grab the mind while reading “The Oval Portrait”, one cannot but to think of another narrative in which the portrait becomes the cipher of the human soul and its link with life: The Picture of Dorian Gray, Oscar Wilde’s only novel.
Yet, Poe’s tale leaves one in a deeper solitude and dismay, since, while Wilde’s “The Picture” (which represents Dorian’s portrait) makes us imagine the inner landscapes within which the protagonist moves (picture, in fact , represents the figure but also its background), “The Oval Portrait” reduces the observation point only to the external figure of this woman, the painter’s wife, who lets herself die in silence, in order to give life to the work of her beloved.
That’s to say, fidelity to the end, fidelity not returned, in reality, since when awareness reaches consciousness, it can also be too late, as happens to the painter.
This too would be a topic to be explored, but I leave it to the reader to deal with this and with many other suggestions that arise from this short story and which, like doors never reopened, incorporates into a possible world, where only the meaning that we give to life may be an answer, yet, only one of the answers.

“The Oval Portrait” è un racconto di Edgar Allan Poe scritto nel 1842, contenuto tra i suoi racconti nella sezione “Horror Tales” eppure lo stile della scrittura e l’argomento trattato sembra appartenere al presente, come se fosse stato scritto appena stamattina per invitare tutti a riflettere sul senso della vita e dell’arte, ma anche dell’amore e della fedeltà fino alla morte.
In realtà, anche molti altri sono gli spunti di riflessione suscitati da questo breve racconto che si connota fin dall’inizio per il gusto del mistero narrato con tecnica “cinematografica”, il che è un dato che, dal mio punto di vista, non solo è caratteristico dell’autore, ma avvicina il lettore al cuore della narrazione quasi catturandolo. È come se, questo obiettivo che in una prima fase è distante e che si avvicina sempre di più al focus delle immagini come dei fatti come del pensiero, stia lì per aprire una dietro l’altra tante porte, ma nessuna di esse sarà più riaperta per consentire il ritorno indietro o la fuga.
Anche “The Oval Portrait” non tradisce questa aspettativa. Le porte che si aprono l’una dietro l’altra per narrare la storia di un quadro, del suo artista e della modella che vi ha posato, sono altrettanti labirinti entro cui il lettore, come il protagonista che è anche la voce narrante, si perde e neanche quando la narrazione sarà completa sarà possibile tornare indietro, poiché la verità è talmente evidente, nuda e cruda, che nell’impossibilità di negarla fagocita la vita stessa del narratore di cui non sapremo come e se passerà il resto della notte.
Lapidaria, infatti, la frase conclusiva del racconto “«This is indeed Life itself!» turned suddenly to regard his beloved: -She was dead!”.
Viene da chiedersi, allora, senza narrare la storia di questo racconto che davvero merita di essere letto, quale sia il rapporto tra vita e arte. Davvero l’arte supera la vita e, immortalandola, priva il presente del suo respiro? Davvero il compito dell’artista è quello di rappresentare la vita senza prendervi parte? Davvero la vita reale trova senso solo nella visione della sua rappresentazione?
Non si può, considerando tutte queste domande che afferrano la mente leggendo The Oval Portrait, non pensare a un’altra narrazione in cui il portrait (ritratto) diventa la cifra dell’animo umano e del suo legame con la vita: The Picture of Dorian Gray, il romanzo unico di Oscar Wilde.
Eppure, Il racconto di Poe, lascia in una solitudine e uno sgomento più profondi, poiché, mentre “The Picture” di Wilde (che rappresenta il ritratto di Dorian) fa immaginare i paesaggi interiori entro i quali si muove il protagonista (picture, infatti, rappresenta la figura ma anche il suo sfondo), “The Oval Portrait” riduce il punto di osservazione solo alla figura esteriore di questa donna, la moglie del pittore, che si lascia morire in silenzio, pur di dare vita all’opera del suo amato.
Ecco, la fedeltà allo stremo, la fedeltà non ricambiata, in realtà, poiché quando la consapevolezza giunge alla coscienza, può anche essere troppo tardi, come accade al pittore.
Anche questo sarebbe un tema da approfondire, ma lascio al lettore il compito di confrontarsi con questo e con tanti altri suggerimenti che scaturiscono da questo breve racconto e che, come le porte mai più riaperte, ingloba in un mondo possibile, dove solo il significato che diamo alla vita può essere una risposta, eppure, solo una delle risposte.

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