Discipline Your Anxiety

Discipline Your Anxiety

Discipline must be imposed, especially to control nerves, tensions, fears.
We live with anxieties and expectations, it is not an anomalous fact, but each anxiety should be given the frame it deserves, preventing it from expanding beyond illegitimate and predatory borders.
Yet, often, while there are those who manage to control their anxiety to the point of almost suppressing it from sight, there are, on the contrary, those who make their own cause for annihilation of everything as if only that existed and nothing more. Even anxiety, then, becomes an absolute by demonstrating that whether or not to bear it does not depend on chance or the violence of chance, but on the character, recognition and power over oneself that is built over time, a capacity that some possess more than others.
Yes, this is so, however, once again, it is also shown that those who suffer the most endure better, perhaps because, simply, they learn to manage the conditions and also themselves so that they are not fatal for others. If on the one hand this is a great thing, on the other hand, however, it feeds the sense of loneliness and the certainty that only in self-protection it is possible to establish a balance in one’s existence while learning to manage the strengths and the weakness independently. Moreover, the points of weakness become strengths, since in the ability to manage and fully understand yourself there is a perennial resource to be able to remain in front of the selfishness of others without it bending us.
It is not that pain or anxiety about pain disappear by controlling them, but they acquire a dimension of broader vision and a vision that makes every knowledge viable and every unknown passable.
A question of courage? No, a matter of habituation to pain and a conscious choice of resources to feed life and its meaning instead of attacking it in vain and reducing it, reducing yourself as well, to prey in the jaws of those who scream more without ever listening and do so because screaming can do notice that useless presence which otherwise no one would look and listen to anyone.
Strength is never in the presumption of strength, but in the courage to discover and encounter yourself and to place your own truth in constant and profound dialogue with the truth of the other. He who cackles is not strong, he who imprints the tone and manner of honest truth in his own voice is strong, indeed.
The discipline towards oneself, then, increases the assertiveness of the person, his ability to support (not bear) the discomfort and personal pain, but also makes people able to understand and support the anxiety and pain of other because not dissimilar from your own if viewed with the eye of love and justice without these being bathed in the mud of selfishness and atrocious, imperturbable, sense of victimhood that separates human intelligence from truth and diminishes the value same of pain reducing it to pure fiction and pure lie.
Courage is in daring to know the truth of yourself and to learn to manage it with sincerity, without fear of losing, since the real loss would not be that of not being the winners, but that of having lost yourself in the chaos of the chaotic screams directed towards everything and nothing as well as towards the silence of those who want to recognize and know only their own voice.
It is therefore necessary to discipline our own anxiety so that it is not only credible but also factually sustainable.

Bisogna imporsi disciplina, soprattutto per controllare i nervi, le tensioni, le paure.
Viviamo di ansie e di attese, non è un fatto anomalo, ma a ciascuna ansia andrebbe restituita la cornice che merita evitando che si espanda oltre confini illegittimi e predatori.
Eppure, spesso, mentre c’è chi riesce a controllare la propria ansia fino a quasi sopprimerla alla vista, c’è, al contrario, chi della propria fa motivo di annichilimento di ogni cosa come se esistesse solo quello e niente più. Anche l’ansia, allora, diventa un assoluto dimostrando che il sopportarla o meno non dipende dal caso o dalla violenza del caso, ma dal carattere, dal riconoscimento e dal potere su sé stessi che si costruisce nel tempo, una capacità che alcuni possiedono più di altri.
Sì, è così, però, ancora una volta, si dimostra anche che chi più soffre meglio sopporta, forse perché, semplicemente, impara a gestire le condizioni e anche sé stesso in modo che non siano fatali per gli altri. Se da una parte questa è una grande cosa, dall’altra, però, alimenta il senso di solitudine e la certezza che solo nella self-protection sia possibile stabilire un equilibrio nella propria esistenza mentre si impara a gestire i punti di forza e quelli di debolezza autonomamente. Di più, i punti di fragilità diventano punti di forza, poiché nella capacità di gestire e comprendere pienamente sé stessi si ha una perenne risorsa per poter restare dinanzi all’egoismo degli altri senza che questo ci pieghi.
Non è che il dolore o l’ansia per il dolore spariscano controllandoli, ma essi acquisiscono una dimensione di più ampia veduta e visione che rende ogni scibile percorribile e ogni ignoto valicabile.
Questione di coraggio? No, questione di abitudine al dolore e scelta consapevole di risorse per alimentare la vita e il suo senso invece di aggredirla vanamente e ridurla, riducendosi altrettanto, a prede tra le fauci di chi urla di più senza mai ascoltare e lo fa perché urlando può far notare quella presenza inutile cui altrimenti nessuno presterebbe sguardo e ascolto alcuno.
La forza non è mai nella presunzione di forza, ma nel coraggio di scoprire e incontrare sé stessi e di porre la propria verità in dialogo costante e profondo con la verità dell’altro. Non è forte chi schiamazza, è forte chi nella propria voce imprime il tono e il modo dell’onesta verità.
La disciplina verso sé stessi, allora, accresce l’assertività della persona, la sua capacità di sostenere (non sopportare) il disagio e il dolore personale, ma rende anche le persone in grado di comprendere e affiancare l’ansia e il dolore dell’altro poichè non dissimile dal proprio se guardati con l’occhio dell’amore e della giustizia senza che questi siano bagnati dal fango dell’egoismo e dell’atroce, imperturbabile, senso di vittimismo che separa l’intelligenza umana dalla verità e minuisce il valore stesso del dolore riducendolo a finzione pura e a pura menzogna.
Il coraggio è nell’ardire di conoscere la verità di sé stessi e di imparare a gestirla con sincerità, senza paura di perdere, poiché la vera perdita sarebbe non quella di non essere i vincitori, ma quella di avere perso sé stessi nel marasma delle urla caotiche dirette verso tutto e nulla come anche verso il silenzio di chi vuole riconoscere e conoscere solo la propria voce.
Bisogna, allora, disciplinare la propria ansia affinché essa sia non solo credibile, ma anche fattualmente sostenibile.

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