Writing and Reading Books

Writing and Reading Books

I am not a reviewer by profession, reviewing books is not my job, but I review all those books that I read, that I study and that leave something of themselves inside me while they stimulate my thoughts and question me about myself and at the same time lead me to question my reality.
I do not review books that do not strike me, or those that I find not sufficiently significant, just as I do not review those that I find false, studied at the table without the stigma of the originality of the thought of an author. I avoid talking about them because my goal is not to judge a book or not, but to offer those who read me not only the route for a greater knowledge of the process and progress of my thinking, but also a shared opportunity to discuss thoughts and words that make every thought more interesting and enriching, even when I may not fully share the opinion of whoever wrote that particular book, as long as the intellectual honesty of that thought and research is evident.
For this reason it is worth reviewing books, to spread the centrality of thought and transform it into a possible condition of welcome and dialogue.
When I review a book it is always for the sake of freedom and culture; to someone who asks me, in fact, I always reply that I keep for myself the freedom of my thoughts and, consequently, of my eventual review. I am not interested in destroying a book, but in building culture, confrontation, dialogue.
Yet, there are books that take the anger out of you!
Anger for incompetence, for contradictions, for the lack of linguistic and compositional competence that accompanies certain books, destroying the value of the word and its possibility of being an opportunity for those who want to confront and think.
There are books so empty of meaning that the prosopopoeia of the language adopted makes them even incomprehensible. A courtly language to tell nothing, a high and cultured language but full of grammatical blunders that not even a high-school boy would allow himself. A refined language that twists on itself without, however, neither head nor tail, allow me, I apologize for the not very arcane expression, a language that masturbates in the presumption of giving pleasure only to itself.
So it happens that you want to shout to the world the falsity of that book, the bad care of the words and attention for the reader; it makes you want to shout its name and surname and title, since it is not a question of taste or point of view, but of honesty and fidelity to the word, to the bond and bridge to be built between the writer and the reader. Then, all the desire arises to impose your own literary competence due to years of continuous study and deepening of literature, history, sociology, psychology, fiction, philosophy and even scientific subjects to learn to acquire a more technical language needed in some situations … and you would like to break that circuit of nonsense, of clichés, of copy and paste, of life without depth and without care for the word and for the reader, but rich only in the fullness of oneself.
So, you ask yourself, how it is possible to deal with such important topics and one which, reading the author’s biography should be within his own competence, without honesty and without grace, without respect for the human condition. You realize, then, how false the use of the word can be in the mind of those who do not seek a relationship with the other, but invent it in order to better talk about themselves, tell themselves and only themselves about their skill and of their own ego without this being real and actually recognized. Is it worth getting so angry? Yes, because it is illegitimate to use the word redundant to support the insane ambition to exhibit oneself even if one is devoid of content and without gaze towards the other. Yes, because in writing there must be a pact of loyalty with the reader and with life, an agreement of profound honesty and self-awareness that also allows you to express your own fragility and vulnerability in the fullness of your being, but aware of being a part of it and only one part of the world.
Well, then, without naming names and citing texts, I just want to remember to be loyal in writing, to dominate the ego that misleads and give space to the truth even when it is hard, even when it costs effort. Writing is not putting beautiful words one after the other to make an impact, writing is the sweat of the brow of your honest work.

Non sono un recensore per mestiere, recensire libri non è il mio lavoro, ma recensisco tutti quei libri che leggo, che studio e che mi lasciano dentro qualcosa di sé mentre stimolano il mio pensiero e mi interrogano su me stessa e al contempo mi inducono a interrogare la mia realtà.
I libri che non mi colpiscono, o quelli che trovo non sufficientemente significativi non li recensisco, come non recensisco quelli che trovo falsi, studiati a tavolino senza che ci sia lo stigma dell’originalità del pensiero di un autore/autrice. Evito di parlarne poiché il mio obiettivo non è giudicare un libro o meno, ma offrire a chi mi legge non solo la rotta per una maggiore conoscenza del processo e progresso del mio pensiero, ma anche un’occasione condivisa per confrontarsi su pensieri e parole che rendono più interessante e arricchisono ogni pensiero, anche quando posso non condividere pienamente l’opinione di chi ha scritto quel particolare libro, purché sia evidente l’onestà intellettuale di quel pensiero e di quella ricerca.
Per questo vale la pena recensire libri, per diffondere la centralità del pensiero e trasformarla in possibile condizione di accoglienza e dialogo.
Quando recensisco un libro è sempre per amore di libertà e cultura; a qualcuno che me lo chiede, infatti, rispondo sempre che conservo per me la libertà del mio pensiero e, di conseguenza, della mia eventuale recensione. Non mi interessa distruggere un libro, ma costruire cultura, confronto, dialogo.
Eppure, ci sono dei libri che ti strappano la rabbia dentro!
Rabbia per l’incompetenza, per le contraddizioni, per la poca competenza linguistica e compositiva che accompagna certi libri distruggendo il valore della parola e la sua possibilità di essere un’occasione per chi desidera confrontarsi e pensare.
Ci sono libri talmente vuoti di senso che la prosopopea del linguaggio adottato li rende addirittura incomprensibili. Un linguaggio aulico per raccontare il nulla, un linguaggio elevato e colto ma pieno di strafalcioni grammaticali che neanche un ragazzo del biennio si consentirebbe. Un linguaggio forbito che si attorciglia su se stesso senza, però, né capo né coda, consentitemi, vi chiedo scusa per l’espressione poco arcana, un linguaggio che si masturba nella presunzione di dare piacere solo a sé stessi.
Allora, viene voglia di gridare al mondo la falsità di quel libro, la cattiva cura delle parole e attenzione per il lettore; viene voglia di gridare nome e cognome e titolo, poiché non si tratta di una questione di gusto o di punto di vista, ma di onestà e fedeltà alla parola, di legame e di ponte da costruire tra chi scrive e chi legge. Allora, si erge tutto il desiderio di imporre la propria competenza letteraria dovuta ad anni di studio e approfondimenti continui della letteratura, la storia, la sociologia, la psicologia, la narrativa, la filosofia e anche le materie scientifiche per imparare ad acquisire un linguaggio più tecnico in talune situazioni… e vorresti spezzare quel circuito di nonsense, di luoghi comuni, di copia e incolla, di vita senza spessore e senza cura per la parola e per il lettore, ma ricca solo della pienezza di sé.
Allora, ti domandi, come sia possibile trattare temi così importanti e che, leggendo la biografia dell’autore dovrebbero essere di sua propria competenza, senza onestà e senza garbo, senza rispetto per la condizione umana. Ti accorgi, allora, di quanto menzognero possa essere l’uso della parola nella mente di chi non cerca relazione con l’altro, ma la inventa per poter meglio parlare di sé, dire a se stessi e solo a se stessi della propria bravura e del proprio ego senza che questo sia reale ed effettivamente riconosciuto. Vale la pena arrabbiarsi tanto? Sì, perchè è illegittimo l’uso della parola ridondante per sostenere l’insana ambizione di esibire sé stessi anche se si è privi di contenuti e privi di sguardo verso l’altro. Sì, perché nella scrittura deve esserci un patto di lealtà con il lettore e con la vita, un accordo di onestà profonda e di auto consapevolezza che consenta di esprimere anche la propria fragilità e vulnerabilità nella pienezza del proprio essere, ma consci di essere una parte e solo una parte del mondo.
Ecco, allora, senza fare nomi e citare testi, voglio solo ricordare di essere leali nella scrittura, di dominare l’ego che fuorvia e dare spazio alla verità anche quando è dura, anche quando costa fatica. Scrivere non è mettere una dietro l’altra belle parole per fare effetto, scrivere è il sudore della fronte del proprio lavoro onesto.

Un pensiero su “Writing and Reading Books

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.