Writing Is the Voice of my Hope

Writing Is the Voice of my Hope

Writing is the voice of my hope, of my active hope, since no hope can only be chimera and dispersion of thought. Hope is active to the extent that each in the way and in accordance with its own style, acts that hope that becomes reality or, at least, becomes a concrete sign in the common actions of their daily life.
Writing, then, is the voice of my active hope, is the way I took responsibly every day so that, who knows maybe a little bit every day, those who read me can find the value of loyalty to people and to life that so much has gone lost in a daily life stirred by the individual circumstances and the bitterness of a life spent with great regard to the economic and gaunt value for the value of the human person.
I don’t have the presumption of being able to change the world, but in not silencing the evils and contradictions I do my small part to feed hope in hearts and thought as in the actions of those who choose to confront me and my thought.
What happens, often unpleasant and painful, does not happen because the case offers it, but because men’s choices lead us to see in the other an enemy to fight, in visibility the meaning of our being and in the wealth the value of the our person. This that happens to us, however, is a choice, a human choice, even, but a choice that deficits the meaning of our existence and our lives making us more similar to predators in search of food than in human beings in search of a meaning to their own life. There is a difference, however, predators assault because they are hungry for necessary to live, we do it to be in sight, to be “the most” in anything and, above all to have more, especially what we do not really need to live.
You might think of men, and even economies, who instead of facing and assaulting walk together for the common good, don’t do it is a choice, not a predestination, but it is a choice that condemns us to profound loneliness and to the eternal fear of the other and even of ourselves if we were to reveal our fragility immediately understood as defects, as despicable weaknesses.
What we need to do is seek a worthy and valid life that measures its stability not on complicated and disorienting economic processes that make us enemies of others, but on human paths to be built together.
I know, I am an idealist, but my hope, as I said in the beginning, is active and, through the word, does not surrender to the petty nosense that dehumanizes man undressing us of the peer to life that all indistinctly deserving, since all deserving of live.
My thoughts runs to a writer who I love a lot, José Saramago, who, in his beautiful book, “Il quaderno”, reveals his bugger and consternation compared to the thought that most of his thought was vain and free of importance . He then tells us about his grandfather Jerónimo who a moment before dying went to greet the trees he had planted hugging them because he knew he would no longer return to them. Well, Saramago writes by continuing his story “It is a good lesson. So I embrace myself to the words I wrote, I wish their long life and start writing from the point where I had stopped”.
Here, I’ll do this too. It doesn’t matter wonder how well your own words do and if you have changed the world. What matters is to remain faithful to the style of your own formation and to give it again, since, who knows, before or later, someone could have benefited and continue to build bridges.
Like the shepherd of which Jean says in his book “The man who planted trees”, I will continue to seed words responsible and with the responsibility of my responsibility, the rest will still be a bloom of possibility that only everyone will know, if he wants, choose.

La scrittura è la voce della mia speranza, della mia speranza attiva, poiché nessuna speranza può essere solo chimera e dispersione di pensiero. La speranza è attiva nella misura in cui ciascuno a modo proprio e in conformità con il proprio stile, agisce affinché la speranza diventi realtà o, almeno, diventi segno concreto nelle azioni comuni del proprio quotidiano.
Scrivere, allora, è la voce della mia speranza attiva, è il modo che ho assunto responsabilmente ogni giorno affinché, chissà forse un pochino ogni giorno, chi mi legge possa ritrovare il valore di una fedeltà alle persone e alla vita che così tanto è andato smarrito in un quotidiano avvilito dalle circostanze individuali e dalle amarezze di una vita spesa con riguardo grande verso il valore economico e scarno per il valore dell’umana persona.
Non ho la pretesa né la presunzione di poter cambiare il mondo, ma nel non tacerne i mali e le contraddizioni faccio la mia piccola parte per alimentare la speranza nei cuori e nel pensiero come nelle azioni di chi sceglie di confrontarsi con me e con il mio pensiero.
Quello che ci accade, spesso sgradevole e doloroso, non accade perché il caso ce lo offre, ma perché le scelte degli uomini ci inducono a vedere nell’altro un nemico da combattere, nella visibilità il senso del nostro essere e nella ricchezza il valore della nostra persona. Questo che ci accade, però, è una scelta, una scelta umana, persino, ma una scelta che deficita il senso del nostra esistenza e della nostra vita rendendoci più simili a predatori in cerca di cibo che a esseri umani in cerca di un significato alla propria vita. C’è una differenza, però, i predatori assalgono perché hanno fame del necessario per vivere, noi lo facciamo per essere in vista, per essere “i più” in qualsiasi cosa e, soprattutto per avere di più, in particolare quello che non ci è necessario per vivere.
Si potrebbe pensare a uomini, e anche economie, che invece di fronteggiarsi e assalirsi camminano insieme per il bene comune, non farlo è una scelta, non una predestinazione, ma è una scelta che ci autocondanna alla solitudine profonda e all’eterna paura dell’altro e anche di noi stessi nel caso dovessimo rivelare le nostre fragilità immediatamente intese come difetti, come spregevoli debolezze.
Quello che dobbiamo fare è cercare una vita degna e valida che misuri la sua stabilità non su processi economici complicati e disorientanti che ci rendono gli uni nemici degli altri, ma su percorsi umani da edificare insieme.
Lo so, sono un’idealista, ma la mia speranza, come dicevo in principio, è attiva e, attraverso la parola, non si arrende al meschino nosense che ci deumanizza spogliandoci dell’anelito alla vita che tutti indistintamente meritiamo, poiché tutti meritiamo di vivere.
Il mio pensiero corre a uno scrittore che amo molto, José Saramago, il quale, in un suo bel libro, “Il quaderno”, rivela del suo sconcerto e costernazione rispetto al pensiero che gran parte del suo pensiero sia stato vano e privo di importanza. Racconta, allora, di suo nonno Jerónimo che un attimo prima di spirare andò a salutare gli alberi che aveva piantato abbracciandoli poiché sapeva che non li avrebbe più rivisti. Ebbene, Saramago scrive continuando il suo racconto “È una buona lezione. Mi abbraccio dunque alle parole che ho scritto, auguro loro lunga vita e ricomincio a scrivere dal punto in cui mi ero fermato”.
Ecco, farò anch’io così. Non importa chiedersi quanto bene facciano le proprie parole e se servono a cambiare il mondo. Ciò che conta è restare fedeli allo stile della propria formazione e a essa dare ancora voce, poiché, chissà, prima o dopo, qualcuno potrebbe averne giovamento e continuare a costruire ponti.
Come il pastore di cui racconta Jean Giono nel suo libro “L’uomo che piantava alberi”, io continuerò a seminare parole responsabili e con la responsabilità della responsabilità, il resto sarà comunque uno sbocciare di possibilità che solo ciascuno saprà, se vuole, scegliere.

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