The Silence of Meaning

«” They didn’t want to lose the incomes. ” The brakes of the cable car blocked by choice»(from Repubblica.it), I cite the episode only as a reference, not to discuss it, since other the places, the institutions which have to examine and judge the facts and ensure that the consequences were not only those dramatic effects on the victims and their families.
One cannot, however, not express dismay at yet another episode of avoidable tragic death, and, in this case, avoidable not for lack of carelessness, but for the precise choice to put the good of one’s pockets before people’s lives, the god money beats the sense of the human.
We cannot remain silent in the face of the umpteenth occasion in which the economy has more value than life and in which the choice between interest and the right thing to do has defeated every perspective of humanity from the gaze and mind of those who have made their choice beyond any morality or ethics, beyond any justice or rightness, beyond any possible meaning of existence and being.
The dilemma that has arisen has nothing moral or human, since in the choice between an extra income and a life less (the lives lost have been many more than one, without even wanting to calculate the collateral damage perpetrated against families emptied of their affections) there is an abyss, there is the choice between humanity and the denial of humanity. This is not a question of a dilemma between one person’s life or another, but between life and money; it seems to me, however, that a perfect representation has been made of what the market is in the choice between goods and earnings: I don’t think the word “immoral” is enough to define what happened.
The human being as a product of one’s own income, a perishable and replaceable commodity. This is the most violent image that struck me beyond emotion, pain and disorientation.
Man as a replaceable commodity, as if on that cable car there had been no human beings made of flesh and blood, thought and history, memory and hope, but boxes, plastic bottles, cans and packs of biscuits which, however fragile, could be well given as an offer to that god of money who makes us servile machines and serves a patrimony that fills the banks but empties life and human actions of meaning and significance.
In the next few days we will hear of tears and repentances, of apologies and reparations, but who will ever be able to give back not only the life of those who are no longer there, but also the dignity of this man-wallet who falls lower and lower in the values ​​and principles of existence?
We are faced with a void of meaning, a silence of meaning that impoverishes the right to be called “human”. We must do something, break this silence, recover the right to our name and remember that freedom and the healthy ambition to improve one’s condition cannot be exercised to the detriment of others. We must remember that the face of the other and his life are not an elusive and rotting essence, but the heart of our own life and of that freedom whose name we continue to proclaim without knowing its meaning.

«”Non volevano perdere l’incasso”. I freni della funivia bloccati per scelta» (da Repubblica.it), cito l’episodio solo come riferimento, non per discuterne, poiché altre le sedi, le istituzioni cui tocca sviscerare e giudicare i fatti accaduti e fare in modo che le conseguenze non siano solo quelle drammatiche ricadute sulle vittime e le loro famiglie.
Non si può, però, non manifestare lo sgomento dinanzi all’ennesimo episodio di morte tragica evitabile, e, in questo caso, evitabile non per mancanza di incuria, ma per precisa scelta di anteporre il bene delle proprie tasche alla vita delle persone, il dio denaro batte il senso dell’umano.
Non si può restare muti dinanzi all’ennesima occasione in cui l’economia ha più valore della vita e in cui la scelta tra interesse e cosa giusta da fare ha sconfitto ogni prospettiva di umanità dallo sguardo e dalla mente di chi ha compiuto la propria scelta oltre ogni morale o etica, oltre ogni giustizia o giustezza, oltre ogni significato possibile dell’esistere e dell’essere.
Il dilemma che si è rappresentato non ha nulla di morale né di umano, poiché nella scelta tra un incasso in più e una vita in meno (le vite perse sono state molte più di una, senza neanche voler calcolare i danni collaterali perpetrati contro le famiglie svuotate dei loro affetti) c’è un abisso, c’è la scelta tra umanità e negazione di umanità. Qui non si tratta di un dilemma tra la vita di una persona o l’altra, ma tra la vita e il denaro; mi sembra, invece, che sia stata eseguita una rappresentazione perfetta di che cosa sia il mercato nella scelta tra merci e guadagno: non credo che la parola “immorale” sia sufficiente a definire l’accaduto.
L’essere umano come prodotto del proprio ricavo, merce deperibile e sostituibile. Questa è l’immagine più violenta che mi ha colpito oltre l’emozione, il dolore e lo spaesamento.
L’uomo come merce sostituibile, come se su quel vagone di funivia non ci fossero stati esseri umani fatti di carne e ossa, pensiero e storia, memoria e speranza, ma scatole, bottiglie di plastica, lattine e pacchi di biscotti che, per quanto fragili, possono essere ben elargiti come offerta a quel dio denaro che rende noi stessi macchine servili e serve di un patrimonio che riempie le banche ma svuota di senso e significato la vita e l’agire dell’uomo.
Sentiremo nei prossimi giorni di lacrime e pentimenti, di scuse e risarcimenti, ma chi potrà mai restituire non solo la vita alla di chi non c’è più, ma anche la dignità a questo uomo-portafoglio che scende sempre più in basso nella scala dei valori e dei principi dell’esistenza?
Ci troviamo di fronte a un vuoto di senso, a un silenzio di significato che depaupera del diritto di essere nominati “umani” . Dobbiamo fare qualcosa, rompere questo silenzio, recuperare il diritto al nostro nome e ricordare che la libertà e la sana ambizione a migliorare la propria condizione non possono essere esercitate a scapito degli altri. Dobbiamo ricordare che il volto dell’altro e la sua vita non sono un’essenza sfuggente e marciscente, ma sono il cuore della nostra stessa vita e di quella libertà di cui continuiamo a proclamare il nome senza conoscerne il significato.

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